Con le sue riserve petrolifere e di gas e con la vicinanza alle nostre coste, la Libia è un paese strategico per la nostra economia. Però è anche spaccato in due, con una forte presenza turca e russa a sostegno dei contendenti. Che ruolo riuscirà a giocare l’Italia?
Più di 300 aziende libiche e internazionali partecipano alla 50a Fiera Internazionale di Tripoli. La fiera dura fino al 21 maggio. Si è aperta con un grande spettacolo pirotecnico. Nello storico ingresso al quartiere fieristico internazionale di Tripoli da parte di Mohamed Hwej, ministro dell’Economia e del Commercio.
La partecipazione internazionale comprende aziende o padiglioni provenienti da Egitto, Tunisia, Italia, Turchia, Algeria, Indonesia, Arabia Saudita e Iran in vari settori. Dai nomi degli stati si capisce che c’è una bella rappresentanza di opinioni in disaccordo reciproco.
Nel suo discorso di apertura tuttavia, il Ministro dell’Economia libico ha sottolineato l’importanza di organizzare questa mostra perché ha un ruolo fondamentale nel sostenere e sviluppare l’economia nazionale e creare una reale opportunità per i partenariati del settore locale ed estero. Tradotto: se ci aiutate non ve ne pentirete!
Quando non si sapeva cosa ci fosse là sotto, all‘Italia venne concesso di occupare quel Paese
“Scatolone di sabbia”, così lo storico e politico socialista Gaetano Salvemini, definiva la Libia agli inizia del secolo scorso. Quando non si sapeva ancora quale immenso potenziale di riserve di idrocarburi ci fosse nel sottosuolo di quel Paese. A distanza di oltre un secolo, però, sappiamo che la Libia ha più di 48 miliardi di barili di riserve petrolifere (il 38% dell’intera Africa) e che è il quinto paese del continente per riserve di gas. Le immense risorse naturali e il loro controllo sono anche una delle cause dell’instabilità e delle divisioni in cui versa il Paese dalla caduta di Gheddafi, nel 2011.
Tra i due litiganti si sono inseriti turchi e russi per estromettere gli italiani
In Libia oggi ci sono due governi in contrapposizione tra loro. A ovest il governo di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato dal premier Dbeibah, riconosciuto a livello internazionale, con l’appoggio delle armi turche. A oriente, in Cirenaica, il governo di Stabilità Nazionale (Gns) guidato da Bashagha, non riconosciuto dall’Onu e appoggiato dall’esercito del generale Khalifa Haftar alleato dei russi. La Libia è ovviamente strategica anche come nazione di passaggio e partenza dei migranti diretti verso l’Italia e l’Europa.
Idrocarburi e controllo delle rotte migratorie sono anche le principali ragioni della presenza di Italia, Russia e Turchia nel paese. Con l’Italia a fare da vaso di coccio. Tuttavia il nostro paese non può restare fuori dal contesto libico lasciando che uno stato ‘fallito’, con una guerra civile permanente, a meno di 400 chilometri da Lampedusa, venga gestito da russi e turchi a sostegno dei due contendenti. L’Italia è il maggior paese importatore dalla Libia con oltre il 40% di spesa, soprattutto petrolio e gas. Ed anche quello che esporta maggiormente in Libia con il 19%. Il paese nordafricano necessita soprattutto di prodotti alimentari e di altri beni in ogni settore, escluso quello energetico. Ma tutto questo potrebbe esaurirsi se non si concludono accordi stabili.
Il Grande fiume artificiale che attraversa il Sahara
Il nostro ponte sullo stretto, che non si farà mai, è un progettino per ragazzi al confronto del Grande fiume artificiale. Un progetto da 24 mila milioni di dollari. Una delle opere di ingegneria più grandi mai realizzate dall’uomo. Prelevare acqua fossile dal deposito di oltre 35mila km3, nel fondo del Sahara per portarla, con l’installazione di 4000 km di condutture in calcestruzzo, fin dove si trova la produzione agricola. L’acquedotto, sepolto nella sabbia, ha una portata complessiva di sei milioni di metri cubi di acqua al giorno. Opera essenziale per il futuro agricolo e alimentare della regione.
Per un paese che da sempre convive con un problema di malnutrizione e una popolazione di poveri costantemente in attesa di aiuti umanitari, è uno dei modi per sottrarsi alla dipendenza dai Paesi più forti. Oppure per restarne soggiogato per sempre, perché opere come queste non basta costruirle, poi vanno mantenute.
I russi vogliono rivenderci il loro petrolio mischiandolo a quello libico
Dalla stabilizzazione di Tripoli passa anche la riuscita del cosiddetto piano Mattei. Con il quale il governo italiano vuole sostituire gli approvvigionamenti energetici russi con maggiori importazioni di gas e petrolio da paesi africani come Algeria e Libia. Per questo è stato siglato un accordo per oltre 8 miliardi di dollari, nel gennaio scorso, tra Eni e Noc (National Oil Company), la compagnia petrolifera libica.
Nell’intesa è previsto lo sviluppo di due nuovi giacimenti di petrolio offshore 140 km a nord-ovest di Tripoli e un aumento dell’esportazione di gas verso l’Italia fino a otto miliardi di metri cubi annui attraverso il gasdotto Greenstream.
In Libia ci giochiamo molti del nostro futuro ma eravamo in ottima posizione e ci siamo già fatti superare
Inoltre il nostro Governo segue a finanziare la guardia costiera libica nell’illusione che possa frenare i flussi migratori africani verso l’Italia. Quando invece utilizza questo ricatto proprio per avere i finanziamenti. Giorgia Meloni sa bene che l’interesse nazionale italiano e la sua politica estera si giocano per gran parte nel Mediterraneo. L’importanza della Libia è evidente. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Tajani che, con l’omologo turco, ha convenuto per un “impegno per la sovranità, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia”. Di fatto siamo tutti lì per interessi diversi da parte di ciascuno e dell’integrità della Libia ci importa un fico secco. O come diceva Giulio Andreotti, “vogliamo loro tanto bene che ci fa piacere ce ne siano due”. Lui lo diceva per le due Germanie, ma si adatta benissimo anche alle due Libie.

Erdogan Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Senza i turchi il generale Haftar si sarebbe già mangiato Tripoli
La Turchia di Erdogan, approfittando del vuoto politico lasciato dall’Italia, è intervenuta da tempo a sostenere l’esecutivo di Tripoli anche militarmente, con uomini, armi e i temibili droni Bayraktar, utilizzati pure in Ucraina. Nel 2020 questo sostegno è stato fondamentale per respingere l’assedio delle milizie del generale Haftar e per la sopravvivenza del fragile governo di Tripoli dell’ex premier Al Sarraj. Certamente non lo hanno fatto per generosità e hanno siglato pure loro un accordo sui confini marittimi con Tripoli, per lo sfruttamento della Zona economica speciale (Zes) libica, che prevede ricerche su nuovi giacimenti offshore.
Questo patto è stato osteggiato dalla Grecia. Lo considera illegale dal punto di vista del diritto internazionale e ritiene proprie quelle acque, per la vicinanza con l’isola di Creta.
La Libia interessa al governo Erdogan anche per le partenze di migranti dalla Tripolitania. Il controllo di una seconda via d’accesso dell’immigrazione verso l’Europa aumenterebbe ulteriormente il potere geopolitico di Ankara, che già sta guadagnando bene con i finanziamenti europei per bloccare i migranti orientali. Ancora una volta noi assistiamo inermi agli affari che si fanno sulla nostra pelle, perché quei migranti poi si dirigeranno a Lampedusa.

Foto di Дмитрий Осипенко da Pixabay
Anche i russi hanno molto da guadagnare
La Russia ha finora sostenuto economicamente e militarmente il generale Haftar e il governo della Cirenaica. Sia dal punto di vista economico, prevedendo investimenti nelle infrastrutture energetiche nell’est del paese. Sia da quello militare, tramite i circa cinquemila mercenari russi del gruppo Wagner presenti sul territorio libico.
Mosca vorrebbe impossessarsi del controllo delle risorse petrolifere della Cirenaica, ma costruire anche siti di stoccaggio da utilizzare per il proprio petrolio. Così quello che l’Occidente ha bandito dai propri commerci, tornerebbe in auge confondendolo con quello libico. In questo modo, Mosca potrebbe eludere le sanzioni e vendere ancora il proprio petrolio all’Italia e alla Unione Europea, magari anche a un prezzo maggiorato.
Questa triangolazione Russia-Libia-Ue, secondo Bloomberg, viene già attuata nel terminal libico di El Hamra, dove, oltre al petrolio locale, sembra venga stoccato anche quello russo.
Il controllo dei flussi migratori è l’altra contropartita importante, come strumento di destabilizzazione dell’Unione Europea
Rientra negli interessi geopolitici di Putin, poi, mantenere un clima di instabilità e violenza in Libia per rendere ingestibili i flussi migratori verso l’Europa. La Russia, tramite una presenza sempre crescente in Libia, unita a quella nel Sahel, finirebbe per controllare tutto il tragitto dei migranti verso l’Europa e potrebbe gestirlo a suo piacimento, trasformandoli in un’arma di destabilizzazione o di ricatto. Come già fa Erdogan e la Guardia Costiera Libica. Tattica, peraltro, già sperimentata ai confini tra Bielorussia e Polonia con i profughi iracheni. L’ipotesi è avvalorata dalle partenze sempre più numerose di scafisti non solo dalla Tripolitania, ma anche dalla Cirenaica controllata dai mercenari Wagner.
La Cirenaica potrebbe diventare una base militare russa a poca distanza da quelle Nato in Sicilia
Avere un avamposto militare sulle coste libiche permetterebbe al Cremlino di tenere sotto tiro le basi Nato nel Sud Italia e fornirebbe supporto alle navi russe nel Mediterraneo occidentale. L’influenza sulla Libia avrebbe un riflesso anche sull’Europa e non solo per lo scenario africano. Dalle coste libiche e il business che si viene delineando passa la sicurezza energetica, militare e politica dell’Italia e dell’Europa, con quali esiti non lo sappiamo ma per il momento era giusto partecipare alla Fiera di Tripoli. Questa riflessione fa capire bene come lo scambio commerciale non sia mai fine a sé stesso ma legato a più riprese con le questioni politiche e militari che stanno condizionando il mondo.



