Granchio blu, nutrie, pesce siluro, punteruolo rosso, tartaruga killer, zanzara tigre,… Nel mondo sono 37.000 le specie aliene che alterano l’ecosistema formatosi in milioni di anni. In Italia sono 3.500. Possiamo tentare di fermarle, estirparle ma è il nostro sistema di vita che crea le condizioni della loro diffusione e non credo che cambieremo modo di vivere solo per nostra volontà.
Secondo i dati pubblicati dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes), la massima autorità scientifica in materia di natura e di contributi materiali e immateriali che la natura offre alle persone. Nel mondo ci sono 37.000 specie viventi aliene diffuse nelle varie regioni del pianeta. Che significa? Che in tante zone del mondo si trovano piante, insetti o animali o pesci che non sono originari di quella zona e ci sono arrivati per via delle rotte commerciali globalizzate, portando malattie, distruzione e danni in quantità, oltreché la possibile estinzione di altre specie che entrano in contatto con loro.
I casi più emblematici vanno sulle prime pagine ma la popolazione non sembra rendersi conto del problema
La popolazione non si rende conto di quanto siamo coinvolti noi stessi in questo disequilibrio che si viene a creare per la presenza di una specie aliena. Il caso del granchio blu è emblematico. Da specie protetta sulle coste americane, giunge in Italia con le navi cargo container e distrugge in poco meno di 3 anni l’allevamento d vongole dell’Alto adriatico, mandando sul lastrico un intero comparto di pesca. Non è solo il danno economico per cui ora le cooperative di pesca devono comprare vongole in Portogallo. Il danno è all’ecosistema e prima o poi ci toccherò da vicino. Ce ne sono anche altre come le nutrie nei canali di irrigazione della Val Padana, il punteruolo rosso che uccide le palme, il pesce siluro che nei nostri laghi divora ogni altra specie, compresi i volatili che si avvicinano all’acqua, arrivando a dimensioni incredibili, anche di 3 metri di lunghezza.

Tiger Mosquito foto da pixabay gratuita
In Italia sono state contate 3.500 specie aliene di cui 3.363 presenti attualmente
Secondo la banca dati ISPRA, in Italia sono state identificate oltre 3.500 specie aliene, di cui 3.363 attualmente presenti. Va ricordata la zanzara tigre (Aedes albopictus), una specie importata dall’Asia in Europa. Una specie aliena particolarmente dannosa è la testuggine palustre americana (Trachemys scripta), che in natura crea problemi a una specie nativa, la testuggine palustre europea (Emys orbicularis). Le ultime stime per l’Europa parlano di oltre 12.000 specie aliene, con una crescita pari al 76% negli ultimi 30 anni. Spesso queste specie non ne trovano una più in alto nella piramide della catena alimentare, agiscono indisturbate, se non siamo noi a porre un limite alla loro espansione.
Aumentano a un ritmo senza precedenti di 200 all’anno le specie che arrivano da altri ecosistemi
Alcune specie come zanzare, ratti e termiti sono arrivate facendo “autostop” su aerei e navi che solcano cieli e mari, altre entrando nelle valigie e nei pacchi delle merci. Una volta qui proliferano e si adattano al nuovo ambiente diventando un elemento di sterminio.
Il ritmo attuale di introduzione, affermazione e diffusione delle specie aliene viaggia a una velocità che non ha precedenti nella storia umana: circa 200 specie all’anno. Almeno 3.500 specie, quasi un decimo del totale delle specie aliene, sono classificate come aliene invasive. La percentuale di specie aliene note per essere invasive varia dal 6% di tutte le piante aliene al 22% di tutti gli invertebrati alieni. Il 20% di tutti gli impatti sono stati segnalati nelle isole.
Queste specie aliene invasive sono uno dei cinque maggiori fattori diretti di perdita di biodiversità, insieme alla distruzione e degradazione di habitat, inquinamento, prelievo di risorse biologiche e cambiamento climatico.

Giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes)
Non solo gli animali, anche le piante come esseri viventi e senzienti, fanno parte di questa corsa alla distruzione degli ecosistemi
Le tre specie più invasive figura una pianta acquatica al primo posto: il giacinto d’acqua, una pianta tropicale originaria del Sud America, che blocca i corsi d’acqua e danneggia la pesca. Poi c’è la lantana, un arbusto rifiorente e il ratto nero. Altri esempi includono specie di zanzare invasive, come Aedes albopictus e Aedes Egypti, che diffondono il virus del Nilo occidentale e il virus Zika. Aggressione all’ecosistema e diffusione di malattie infettive. Le specie invasive, segnalate in tutti i continenti, sono una minaccia costante per la salute dell’uomo. Il fatto che non se ne parli molti è perché questo genere di notizie spaventano i lettori meno preparati. Quando la paura del presente ti assale e non hai risposte tranquillizzanti la tendenza è a rifiutare la notizia come vera e pensare che sia catastrofica ma irreale.
La reazione del pubblico alle notizie catastrofiche è negare la realtà. Così i mass media tendono a non pubblicarle
Le specie aliene e i risultati della loro azione sono invece un serio attentato alla salvaguardia della nostra specie, perché alterano l’equilibrio ecologico in natura. Ci sono voluti millenni perché il mondo diventasse quello che abbiamo conosciuto ma la nostra presenza ha già scombussolato l’intero pianeta e non solo per gli effetti del cambiamento climatico, che ci porterà disastri come siccità e inondazioni ma anche per questa trasformazione negli equilibri naturali tra fauna e flora degli ecosistemi.
Secondo il rapporto dell’IPBES, le specie aliene invasive costano al mondo almeno 423 miliardi di dollari ogni anno e sono diventate una delle principali minacce alla diversità della vita sulla Terra. Il costo delle invasioni biologiche è aumentato del 400% ogni decennio dal 1970 e, secondo le previsioni, continuerà a salire negli anni a venire. Man mano che aumentano le specie aliene invasive e che queste diventano più invasive in tutto il mondo, le comunità biologiche appaiono più simili, la composizione, la struttura e le funzioni degli ecosistemi e alla loro resilienza di indeboliscono. Si perde così quella unicità delle comunità di vita che le rendeva possibili.
La biodiversità (non la maggioranza statistica) è la normalità della natura. Anche se può essere difficile da comprendere
Perché è importante preservare la biodiversità? Difficile riuscire a quantificare il numero di specie esistenti nei vari angoli del Pianeta. La sua importanza non risiede soltanto nei numeri delle specie, ma soprattutto nei rapporti tra di loro. Non basta contarli e mantenere i numeri ma preservare quel sottile equilibrio che si è creato con l’evoluzione e che mantiene in piedi l’intero sistema grazie all’interazione che si è stabilita tra specie e specie: piante, insetti, animali, pesci, batteri, ecc… Marco Ferrari, giornalista scientifico, che ha lavorato a Focus, ha ribattuto colpo su colpo alcune affermazioni azzardate di Oscar Farinetti, fondatore di Eataly e Fico, guru delle eccellenze italiane e del lusso in cucina, sul valore sul valore della biodiversità italiana e su quanto siamo stati fortunati a nascere qui.
Desta simpatia l’afflato con cui Farinetti vede la biodiversità italiana, più da tifoso ultrà che da esperto: “L’Italia è il paese a maggior biodiversità al mondo: nello 0,5% del mondo ci sono 7000 specie di vegetali mangiabili, il secondo Paese è il Brasile con 3.300. Qualsiasi regione italiana ha più specie vegetali di qualsiasi Stato dell’Europa. L’Italia ha 58.000 specie animali, il secondo Paese al mondo è la Cina con 20.000, ma non diciamoglielo sennò si arrabbiano.”
Le affermazioni di Farinetti fanno sorridere. Tuttavia la biodiversità italiana resta un valore anche se non è estesa come dice lui
Sono concetti che hanno destato molto scalpore. Circolano ormai da qualche anno ma non sono veri, anche se è apprezzabile la volontà salvaguardare l’ambiente in cui viviamo in Italia. Cosa c’è di sbagliato? Per esempio i numeri. La superficie dell’Italia è lo 0,2% delle terre emerse, il numero delle specie, al confronto con le altre nazioni dell’Europa e del mondo non è corretto.
Scrive Ferrari: “Il censimento delle specie nei Paesi ad alta o altissima biodiversità non è facile, spesso sono stime, ma è sicuro che la nazione che ospita più specie animali e vegetali è il Brasile che, per esempio, ha circa 1800 specie di uccelli, quasi 600 di mammiferi e 8715 specie di alberi. Solo gli insetti sono circa 90.000. Altre nazioni hanno un numero comparabile di specie per ettaro di superficie, e sembra che la nazione con l’indice più elevato sia il Brunei, con un indice di biodiversità sulla superficie di 18,68. Nei Paesi megadiversi non compare nessuno stato europeo, e tantomeno l’Italia. Che ospita la miseria di 527 specie.”
La diversità biologica non è solo la variabilità tra viventi ma l’interazione tra loro in tutti gli ambienti
Scrive ancora Ferrari: “Per diversità biologica si intende la variabilità tra gli organismi viventi di tutti gli ambienti; inclusi, tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, acquatici e marini e i complessi ecologici dei quali essi sono parte. Questo comprende la diversità all’interno delle specie, tra le specie e negli ecosistemi.”
La biodiversità è un concetto più sottile e allo stesso tempo molto più complesso. Che va dal piccolo al grande, dal locale al globale, dal cellulare all’ecosistemico. Dalla definizione emerge la complessità della situazione. Ci sono diversi livelli di diversità biologica con milioni di milioni di interazioni tra le specie. Ogni livello contribuisce al funzionamento degli ecosistemi terrestri. Tocchi un tassello, elimini una componente e salta tutto in aria e se salta un settore ne saltano altri perché siamo tutti interconnessi. Anche se noi, culturalmente, come esseri umani ci percepiamo come entità superiore e distaccata da questo macrosistema terrestre, in realtà ne facciamo parte integrante e ogni turbamento che creiamo può concorrere a un rovinoso cambiamento che per prima cosa creerà un problema a noi stessi. Non al Pianeta.

Nutria-Imagen de ivabalk en Pixabay
Che fare? Si può contrastare l’invasione ma in realtà bisognerebbe intervenire sulle cause, sul nostro sistema di vita
Che si può fare? Frenare la causa delle invasioni è impossibile. È lo stesso discorso dello stile di vita. Come fermare l’inquinamento da CO2 se non possiamo eliminare gli aeroplani, le auto e le centrali elettriche a carburanti fossili dalla faccia della terra? Non sarà l’auto elettrica a rallentare il cambiamento climatico se continuiamo a produrre elettricità con centrali alimentate a carburanti fossili. Così come non basta che siano i Paesi occidentali a cambiare stile di vita, anche se su di loro pesa la responsabilità di chi ha creato il danno maggiore al pianeta.
Non si ferma il vento con le mani e secondo me, sbaglierò, ma questa è una battaglia da fare ma senza tante possibilità di successo. Non saremo in grado di modificare i nostri stili di vita e saremo destinati a una lenta ma inevitabile fine. Questa delle specie invasive, accanto alle pandemie future, le guerre e le carestie sempre in agguato, con l’aggravio degli effetti dei cambiamenti climatici, tutto concorre all’estinzione della specie umana.
Non si vede nei potenti della Terra e nella popolazione mondiale alcuna volontà di cambiare. Si rinvia il problema
Fare gli ottimisti è ridicolo. La verità crea apprensione ma negarla è da sciocchi o da irresponsabili. Non vedo nella popolazione e nei potenti della Terra alcuna seria volontà a cambiare qualcosa. Sento solo parole, promesse e rinvii.
Di per sé non è una tragedia, lo è per l’umanità, ovvio, ma non per il Pianeta. Abbiamo visto come in pochi mesi di black out per la pandemia la natura sia tornata a rifiorire. La natura sa trovare nuovi equilibri e ristabilire la sopravvivenza di ogni ecosistema se non c’è chi la danneggia, ossia l’uomo. La storia del pianeta e delle specie viventi è fatta di accelerazioni e stabilizzazioni, di balzi in avanti e di tentativi falliti, di adattamenti riusciti e non. Basti pensare a quante specie di ominidi o di primati, vicini a noi, si sono estinte in passato e questo non ha significato la fine del mondo, se non della loro specie. Faremo il possibile per ritardare il dramma della estinzione dell’homo sapiens (anche se a volte noto una perversa volontà autodistruttiva nella nostra specie) ma vedo anche sempre più insormontabili problemi che si accalcano nello scenario mondiale. Per quanto ci impegniamo a lottare, gli effetti dei nostri stili di vita corrono più delle nostre stesse capacità di resilienza. Come dice qualcuno siamo su un treno lanciato a folle velocità contro un muro.



