Sab, 19 Settembre 2026

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Centri storici svuotati e negozi che chiudono: la decommercializzazione avanza in Italia

C’è un’Italia che, silenziosamente ma inesorabilmente, sta cambiando volto. È quella delle serrande abbassate, dei negozi storici che scompaiono uno dopo l’altro, delle vie un tempo vive che oggi risuonano di vuoto. Non è solo una questione estetica o nostalgica: il fenomeno ha un nome – “decommercializzazione” – ed è la nuova faccia di una crisi che tocca il cuore delle comunità urbane.

Un fenomeno che cambia il volto delle città

Secondo i dati più recenti di Confcommercio e Unioncamere, in Italia nel 2024 hanno chiuso ben 61.634 esercizi commerciali, mentre solo 23.000 nuove attività hanno aperto i battenti. In 12 anni sono spariti oltre 118.000 negozi, con perdite particolarmente gravi in città come Ancona (-34,7%) e Gorizia (-34,2%). Ogni ora in Italia chiudono quattro negozi. Un ritmo che, se non interrotto, rischia di svuotare i centri storici, già oggi sempre più simili a quartieri fantasma.

Milano, caso emblematico di una crisi diffusa

Prendiamo Milano, simbolo della vitalità economica italiana. Qui, negli ultimi mesi, hanno abbassato la saracinesca attività storiche come Cargo High-Tech in piazza XXV Aprile, dopo 40 anni di presenza. I motivi? Un affitto che la proprietà ha raddoppiato da 170 mila a oltre 340 mila euro annui e la richiesta di lavori di ristrutturazione per 600 mila euro a carico del gestore. Nella stessa piazza hanno chiuso anche Tramè e una sede del panificio Princi, tutte vittime di una spirale di affitti alle stelle (+50% rispetto al periodo pre-Covid).

Dietro questa dinamica c’è la speculazione immobiliare legata al turismo: interi palazzi acquistati da fondi d’investimento internazionali e trasformati in B&B o appartamenti di lusso, mentre gli affitti per le attività commerciali salgono fuori controllo.

La burocrazia che soffoca i sopravvissuti

Non bastasse la pressione sugli affitti, i commercianti devono fare i conti con una burocrazia spesso percepita come nemico più che alleato. A Milano, Roma e in altre grandi città, ottenere una licenza per un dehors è diventato un percorso a ostacoli. Dopo il boom dei tavolini all’aperto durante il Covid, oggi le amministrazioni comunali tendono a negare o ritardare i permessi, spesso in nome di un “decoro urbano” che lascia perplessi molti cittadini. È davvero più decorosa una via buia e deserta o una strada viva, con persone sedute a tavolini che socializzano fino a tarda sera?

I grandi centri commerciali non stanno meglio

Se qualcuno pensa che i grandi centri commerciali siano immuni, si sbaglia. Il Merlata Bloom di Milano, inaugurato nel 2023 con grandi ambizioni, sta già registrando diverse chiusure di negozi. Carrefour Italia, uno dei colossi della grande distribuzione, ha annunciato pochi giorni fa 175 licenziamenti e sta valutando la cessione delle sue attività in Italia. L’azienda parla di “competizione intensa e frammentata” e denuncia l’aumento dei costi di energia, logistica e tassi di interesse, insieme a un potere d’acquisto degli italiani in costante calo.

Un mix di cause: turismo, e-commerce e crisi del potere d’acquisto

La crisi non ha un solo colpevole. Al calo dei clienti “storici” nei centri città, dovuto alla progressiva sostituzione dei residenti con flussi turistici mordi e fuggi, si somma il boom dell’e-commerce. I consumatori, con un potere d’acquisto ridotto (-7% negli ultimi cinque anni, dati Istat), comprano online per risparmiare, penalizzando le botteghe di quartiere. Le piattaforme digitali sfruttano economie di scala inarrivabili per i piccoli commercianti, che si trovano così a lottare contro giganti con magazzini sterminati.

E poi c’è l’aumento dei costi delle materie prime, legato tanto alla crisi climatica quanto alle guerre in corso, e la riduzione della propensione a uscire: parcheggi cari, ZTL sempre più estese e un crescente salutismo che frena anche i consumi di alcolici e superalcolici nei locali.

Verso città senza negozi?

Oggi molte strade italiane si reggono solo su farmacie, agenzie immobiliari, bar e qualche lavanderia (“Internet ancora le camicie non le stira”, ironizza Marco Malvaldi nel suo ultimo romanzo del BarLume). Per il resto, un deserto commerciale che rischia di compromettere non solo l’economia, ma anche la qualità della vita urbana.

La decommercializzazione non è inevitabile, ma richiede interventi strutturali: politiche urbane che frenino la speculazione, sostegni fiscali per le attività locali, semplificazione burocratica e strategie per riportare i residenti nei centri storici.

Per ora, il trend resta allarmante e confermato dai numeri.

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