Dipende a cosa fai pubblicità, certo. Se il prodotto non ha niente a che fare con la cucina passi, ma se è un alimento perché legare il proprio volto a un bene di consumo che potrebbe riservare qualche sorpresa sgradevole?
Non c’è in Italia un cuoco, più o meno famoso che non ripeta più volte che nella sua cucina entrano solo ingredienti di massima qualità, verificati, controllati, prodotti dal tal contadino, dalla tal azienda agricola, nel tal territorio, convalidati, se possibile, da un marchio di garanzia Dop, Igp e via dicendo.
Poi vedi Bruno Barbieri che promuove sughi pronti e polli industriali. Lo stesso fece Heinz Beck (tre stelle Michelin a La Pergola di Roma) con i sughi De Cecco nel 2006. Carlo Cracco, osannato conduttore di Master Chef, televendeva pentole e ora ha aperto in Galleria a Milano un locale di lusso dove anche un bicchier d’acqua ti toglie il portafogli oltreché la sete. Joe Bastianich, che cuoco non è ma produttore di vini e ristoratore, uno che a Master Chef non si vergogna di tirare in terra il piatto del concorrente, all’occorrenza promuoveva pastiglie per lavapiatti. Cosa che poi ha ripetuto anche Giorgio Locatelli, ristoratore e chef in Londra, che mostra con azzardo le sue stoviglie incrostate ma che grazie alle capsule Finish ottiene piatti splendenti.

Bruno Barbieri chef giurato dal suo sito facebook
Promuovere capsule per lavapiatti non è grave come legare il nome a brand di paste o bibite gassate
Alessandro Borghese e Davide Oldani, più accortamente, promuovono rispettivamente la Pasta Armando (?) e la Barilla, che poi vorrei vedere se le usano davvero nelle loro cucine. Simone Rugiati, giunto molto in fretta agli onori della fama gastronomica, grazie alla tv e una faccetta che piaceva alle ragazze, addirittura si permise il lusso di promuovere la più famosa delle bibite gassate, come se non avessimo delle più che valide alternative nei nostri vini e nelle birre. Abbinare ai piatti della nostra tradizione -o ideazione- una bevanda zuccherata è il massimo dell’orrore gastronomico e a chi lo fa andrebbero tolti, se li avesse, i galloni conquistati sul campo.
Il giudizio popolare non perdona: la pubblicità squalifica chi vorrebbe la loro fiducia
La gente comune vede e pensa: siete chef famosi, andate in tv, guadagnate bene, ma perché associare la vostra faccia a un pollo di allevamento, a un sugo industriale, a una pasta con glifosato, a una televendita di pentole e padelle, tipo Mastrota? Ma chi te lo fa fare? L’avidità, l’ansia da guadagno facile? Tutte “qualità” che non accrescono la fama di uno Chef. Dovrebbero tenersi quanto più lontani dalla commercializzazione bruta di lattine e pentole e, al massimo, promuovere in spirito di grande generosità, quegli artigiani e agricoltori meritori di plauso, per un impegno nel realizzare capolavori gastronomici. La cosa invece ancor più grave e che uno chef proponga sughi bell’e pronti. Ma come? Uno viene da te a spendere 300€ a persona, vini inclusi, e c’è il rischio che sulla pasta mi metti il sugo della De Cecco? Ovvio che non succederà ma il dubbio è legittimo.

Giorgio Locatelli uno dei giurati chef dal suo sito facebook
Andare in tv non significa già sposare la filosofia che tutto è in vendita, perché c’è anche chi in tv ci va (andava) per fare informazione corretta
In molti tra i personaggi da prime pagine si lasciano tentare. Anche il maestro Luciano Pavarotti finì in mutande nella reclame di un naufrago che promuoveva un conto corrente. Non pareva proprio che avesse bisogno di entrate suppletive ma chissà, quando sei nell’Olimpo i soldi vanno via come un torrente in piena. I programmi di finta cucina, come Master Chef, dove quel che conta non è la preparazione dei piatti e la informazione agli spettatori ma la crudeltà dei giudici e la loro spietatezza, come in tutti i format del genere Talent il clou è l’esclusione, il sacrificio del concorrente, non se si cucina bene. Anche perché nessuno spettatore potrà mai assaggiare o odorare nulla, mentre le lacrime e le offese fanno audience. Allora se la logica che ci guida non è una gastronomia sana e di qualità, che promuova il made in Italy più genuino, ma realizzare pubblico e incassare denaro dalla pubblicità, perché lo chef non dovrebbe comportarsi di conseguenza? I programmi in tv per loro sono macchine per fare soldi, non altro. Soldi col programma e soldi di ritorno per la fama che da stare in video.
Ci sono ancora chef notevoli che non fanno parte di quella giostra coi lustrini, anche in questo caso sta al pubblico saper scegliere
Infatti non vedrete mai Gennaro Esposito, Rocco Iannone, Paolino Tizzanini, Pietro Zito, Emanuele Vallini o anche Paolo Teverini promuovere stracci da cucina o cibi precotti in tv. Sono ottimi chef che non si prestano a compromessi. Sono stati -e vengono ancora spesso- chiamati nelle trasmissioni tv locali e nazionali. Conseguono un discreto successo di clientela nei loro locali come conseguenza della visibilità. Sono noti per essere chef attenti al prodotto. Preferiscono rinunciare a un cliente piuttosto che cedere al compromesso di abbinare a una tagliatella al ragù, una bibita scura dolce gassata. I soldi non comprano tutto. Nelle trasmissioni di cucina gli ingredienti, le attrezzature, il vasellame, le cucine, i mobili, il frigo, le pentole e le posate, tutto è un brand, tutto è stato prestato, ceduto in via provvisoria, atto a essere inquadrato in maniera più o meno di tralice, dipende dal contratto di uso che l’emittente ha firmato col fornitore. Quando vedete la pausa caffè con il marchio Borbone o illy, quello è uno spazio promozionale autorizzato legalmente. Altri brand sono presenti ma non inquadrati direttamente. Possono stare sullo sfondo o venire scoperti nel primo piano sulla pentola o sulla stufa.
Non tutto è in vendita sul banco del mercatino televisivo. Tra i vari arnesi c’è anche qualcosa che non si compra
Già l’ambiente è sufficientemente intriso di commercializzazione spinta. Anche i camici lo sono, gli occhiali in stile, le bandane alla pirata, tutto ciò che si mostra è un messaggio promozionale. È la televisione bellezza, è lì per vendere. Non ricordo chi diceva con ragione che il vero programma televisivo è la televendita. Avviene in diretta, con feedback del pubblico al telefono, è partecipato, democratico. Quel che si vede è la verità. Magari il prodotto è esaltato ingiustamente ma è previsto a monte.
Se in televisione tutto si vende, ma ipocritamente non lo si ammette, perché non considerare che anche lo chef sia in vendita al miglior offerente? Se avete pazienza provate a registrare qualche puntata e a leggere con calma, non alla velocità della luce, i titoli di coda dei programmi, quelli che passano di corsa a 2-3 minuti dalla fine. Prima del finale che tutti aspettano, quello che determina chi ha vinto la gara, potrete leggere i nomi dei fornitori, i marchi dei prodotti presenti in studio. Si potrà parlare male di chi ti finanzia? Infatti non sentirete mai parlare male delle acque minerali, per esempio.
Ognuno faccia quel che vuole. Ma anche noi consumatori possiamo decidere di non farci prendere in giro
Alla fine poi che facciano quel che vogliono. Le facce e la reputazione sono le loro in fin dei conti e se hanno deciso di ramazzare il fondo del barile finché si può. Possiamo solo metterlo in conto quando si tratterà di evitare, in futuro, di recarsi in uno dei loro ristoranti, per non rischiare di mangiare male. Potremmo fare un’eccezione per chi promuove le capsule per lavastoviglie, ma si, in fondo non si rinuncia alla propria dignità di chef se si usano le capsule per lavapiatti. Certo sarebbe da considerare nel momento in cui i solerti giudici delle guide debbono assegnare stelle, forchette e cappelli, se non fosse che anche quelli rispondono a logiche più di mercato che di qualità. È una mia opinione, beh non solo mia, ma diciamo pure così. In definitiva abbiamo scoperto l’acqua calda, che la carne è debole e anche il grande artista della nostra epoca, il grande Chef da 1.000 euro a cena, può cedere di fronte a un assegno circolare con molti zeri e scegliere quelle lenticchie invece che l’onore. Ma noi no, noi non ci caschiamo: perdoniamo ma ricordiamo tutto.



