Sab, 18 Aprile 2026

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Chi decide i prezzi dei prodotti agricoli?

Non gli agricoltori né gli allevatori. Neanche più le Borse dei mercati. Lo stabiliscono gli speculatori che vendono e comprano futures. Scommesse sul prezzo che il mais o la soia avranno fra sei mesi. Ma appena il clima fa oscillare i prezzi quel future può valere più o meno e si vende per specularci sopra.

Carlo Raspollini

Contrariamente ad altri settori commerciali in agricoltura non è chi produce a fare il prezzo del proprio lavoro. Da qui tutti i mali del settore. Se non sai a quanto potrai vendere il frutto del tuo lavoro come farai a stabilire se potrai guadagnare o perdere a fine anno?

Storicamente il prezzo dei prodotti agricoli, dal grano all’olio, dalla carne di maiale al miele, derivava dal mercato nel momento stesso della vendita. L’agricoltore portava i suoi prodotti in paese. Contrattava con l’acquirente il giusto prezzo che, molto semplicemente, dipendeva da quanto prodotto era disponibile in commercio e da quanto ne richiedevano i compratori. In base alla legge della domanda e dell’offerta. Un tempo. Ora non è più così.

L’atavica divisione del mondo agricolo e la sua ritrosia verso forme consorziate a alla base della sua debolezza sul mercato

Sullo stesso principio si basano le Borse merci, nate più di un secolo fa. Luoghi in cui si scambiano prodotti e si decidono i prezzi di vendita. Quei prezzi diventano così il punto di riferimento di un intero settore e piazze o Mercati come quella di Milano, Bologna o Foggia. Danno indicazioni importanti sull’andamento dei prezzi dei cereali. Mantova lo fa per i suini, mentre Parma per la carne macellata. Tuttavia solo una piccola parte dei prodotti agricoli passa dalle Borse merci di cui, tra l’altro, non abbiamo indicazione sui reali volumi scambiati. Le Borse merci nazionali non sono più rappresentative del mercato stesso.

Qui chiediamo soccorso a chi è più esperto di noi sulla materia. In Economia e politica, del 10 luglio 2023, Angelo Gamberini, esperto in Agronomia e Zootecnia, spiega che la frammentazione del mondo agricolo e la sua atavica ritrosia a forme organizzate di rappresentanza, è l’origine del problema. Perché fa guadagnare di più chi vende e distribuisce di chi produce.

Il percorso di un prodotto dura molto tempo. Da quando inizia la sua produzione, all’arrivo sul banco del mercato. Un tempo nel quale cambia il suo valore molte volte

Prendiamo un esempio, quello del prosciutto. Per avere un maiale che superi i 150 kg ci vogliono parecchi mesi di allevamento. Per questo si cerca di far ingrassare i maiali in meno tempo e non è affatto un bene per il prodotto finale. Anche per questo motivo si criticano gli allevamenti intensivi, oltre ché per il modo in cui si allevano gli animali.

Si passa poi alla macellazione. Ogni animale viene “smontato” in tante parti, che saranno commercializzate a sé stanti. Le cosce sono le parti più preziose, come anche le spalle e le bistecche ed hanno ciascuno un percorso. Ci vogliono almeno due anni per stagionare un prosciutto che si fa con le gambe posteriori del maiale. Come si vede chi esegue la stagionatura investe un capitale in stalle, macelli, laboratori, magazzini per le stagionature, prima di recuperare il denaro investito.

Quello che succede al prosciutto vale anche per un formaggio sottoposto a stagionatura, prima di andare in vendita in un negozio o in un supermercato. In questa fase si stabilisce il prezzo di vendita del prodotto al Kg. Che può essere un prosciutto affettato in vaschetta, a pezzi o intero da affettare. Il prezzo lo fissa il venditore non il produttore. Anche la valuta del prezzo può oscillare e a seconda che sia fissato in dollari, euro o una terza moneta può essere soggetto a speculazioni.

Chi più guadagna sulla vendita di un prodotto agroalimentare non è chi lo produce ma chi lo vende

Ne consegue che il guadagno maggiore finisce nelle mani della distribuzione organizzata.

Ma le colpe del disequilibrio non vanno tutte alla parte finale della filiera. Dal mondo agroalimentare arriva un’offerta variegata, difforme e disorganizzata alle porte della grande distribuzione, nella speranza di conquistare spazio sui banconi di vendita. Per un produttore che rifiuta l’imposizione del prezzo da svendita, altri cento sono pronti a prenderne il posto. C’è sempre chi è disposto a dare via per meno soldi il proprio lavoro. Per motivi i più diversi, spesso per necessità di far fronte a debiti o impegni presi. L’agricoltore e l’allevatore spesso è quello che rimane strozzato dal mercato.

Così un mondo agricolo frammentato, diviso, che adotta anche la concorrenza sleale, si trova in balia della grande distribuzione che decide a quale prezzo comprare. Questo prezzo poi, nel tempo, tenderà sempre a scendere, mentre per l’agricoltore i costi tendono sempre a salire.

Mercati instabili, crisi internazionali, cambiamento climatico, tutto destabilizza e a rimetterci sono gli anelli deboli: gli agricoltori e i consumatori

I mercati tuttavia non sono stabili, per loro natura i prezzi oscillano, specie su scala internazionale.  Accade così, restando all’esempio del prosciutto, che la crisi di mercato che spinge verso il basso il prezzo dei suini, si trasformi in un vantaggio per il macellatore che quei suini deve acquistare. Come pure che una caduta del prezzo delle cosce fresche, diventi un vantaggio per chi quelle cosce deve comprarle per farne prosciutti stagionati. A questo servono gli stoccatori, a far alzare o calare un prezzo di un prodotto immettendo sul mercato grosse quantità all’improvviso.

Qualcosa però è cambiato negli ultimi tempi. Crisi energetica, tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici hanno modificato un equilibrio che pareva immutabile.

I prezzi di cereali, della carne e del latte sono saliti alle stelle, ma gli agricoltori non ne hanno beneficiato, impoveriti dall’aumento dei costi di produzione.

Situazione analoga, se non peggiore, nel resto della filiera, dove non è stato possibile alzare i prezzi finali perché deciso da altri, a loro volta timorosi per una caduta dei consumi.

Ci vorrebbero mercati più stabili ma è impossibile e non ne trarrebbero vantaggio gli speculatori

Ci sarebbe bisogno di più stabilità nei mercati per dare a tutti la possibilità di crescere e prosperare e progettare il futuro. Per questo si fanno accordi fra associazioni di produttori e di cereali, carni o mangimi.  Ma i settori da mettere d’accordo sono troppi e il punto d’incontro non è facile da trovare. A complicare la situazione ci s’è messo anche il fatto che i mercati risentono sempre più degli effetti e degli eventi internazionali, sia a livello produttivo che in conseguenza di guerre, crisi, carestie. 

Ci sono poi le compagnie di stoccatori, che fanno sparire le merci nei magazzini aspettando che cresca il prezzo per metterle sul mercato e farlo abbassare speculandoci sopra. Oppure sono le aziende stesse o i consorzi che concordano il prezzo con gli agricoltori. È il caso del pomodoro da industria dove i consorzi dei trasformatori si mettono d’accordo in anticipo con i rappresentati degli agricoltori su superfici da coltivare, prezzo e qualità. Molte aziende poi utilizzano gli accordi di filiera, impegnandosi ad acquistare dall’agricoltore ad un

Prezzo premium un dato bene che però deve essere prodotto secondo un disciplinare condiviso.


I futures ormai dominano i mercati: è la vittoria degli speculatori sui produttori

I prezzi subiscono l’influenza anche da altri fenomeni. I futures per esempio. Un future è un contratto standard che regola la vendita e l’acquisto di un dato quantitativo di prodotto non oggi ma in futuro, tra sei mesi o un anno. Il prodotto deve avere caratteristiche standard e grandi volumi. Si fanno per esempio su mais, frumento e soia.

La cooperativa Bianchi, per esempio, prevede che a giugno 2024 avrà prodotto cento quintali di grano duro, ma non aspetta la trebbiatura per venderlo. Mette il raccolto di domani sul mercato dei futures. Un acquirente, per esempio una industria molitoria che fa semole per le paste, sa che avrà bisogno di quel grano e potrà acquistarlo subito, concordando il prezzo. Così la cooperativa è sicura di avere un acquirente e il mulino di avere il grano da macinare. Questi sono i contratti futures. Badate che non sono una novità. Già nell’ottocento si facevano e addirittura se ne trovano tracce in Mesopotamia 5000 anni fa. Solo che ora comandano decisamente gli speculatori e i loro interventi internazionali possono condizionare i produttori.

Chi specula non ha bisogno di produrre, guadagna su una scommessa. Può mai funzionare a lungo una logica così aberrante?

Se però l’azienda molitoria compra a 100 il future e poi il prezzo del grano duro sale può pensare di rivendere il suo contratto di acquisto ad un altro mulino ad un prezzo maggiorato, intascandosi la differenza come profitto finanziario. Questa prassi introduce una logica speculativa tipica dei mercati azionari. Con il guadagno realizzato non avrà necessità di produrre farine, né di venderle. Ma così si alimento la crescita dei prezzi e si danneggia chi produce. Non è una cosa sana, una cosa che può durare all’infinito. È una bolla che prima o poi rischia di scoppiare. Per questo i contadini scendono in piazza, chiedono aumenti ma così facendo si chiudono sempre più nella stessa morsa che li strozza. È proprio come funziona il mercato che non può durare.
I centri di questi scambi sono le Borse dei futures di Chicago, Londra, Mumbai e altre ancora. Gli scambi di futures avvengono a velocità elevate, comprati e venduti nel giro di pochi minuti, se non secondi, per sfruttare le oscillazioni di prezzo. La notizia di una grandinata in Canada o di un aumento delle produzioni in Cina o un golpe di Stato in Uzbekistan, possono fare salire o scendere le quotazioni del grano, come i movimenti di grossi fondi d’investimento.

Non scambiarsi beni reali ma futures fa perdere la percezione del mercato

Sui mercati non si scambiano più beni reali, però i prezzi che si formano influenzano indirettamente la percezione del mercato. Se un fondo pensione statunitense investe miliardi di dollari nei futures della soia, farà salire il prezzo in alto per la gioia dell’agricoltore, ma poi il prezzo calerà altrettanto velocemente al momento del disinvestimento e l’agricoltore rischia di andare a gambe all’aria. Così chi produce non è più solo in balia del tempo atmosferico e dell’andamento dei mercati interni ma anche delle speculazioni internazionali. In Argentina stanno affittando o vendendo terreni prima dedicati all’allevamento bovino ai cinesi e giapponesi che li usano per produrre soia ed è calata l’esportazione di carni pregiate di Angus. Così i proprietari terrieri guadagnano sempre di più e gli allevatori perdono mercati.
Tuttavia quando il future va a scadenza qualcuno dovrà ritirare la merce? Non è detto, perché nella maggior parte dei casi chi mette sul mercato un future poi lo ricompra. In realtà si stipulano dei contratti uguali ma di segno opposto che portano l’operazione a zero. Si specula e basta sulle spalle di chi produce, non c’è niente di concreto in ballo, se non il fatto che chi specula guadagna e chi produce probabilmente rischia il suo lavoro.

I futures potrebbero essere una tutela per i produttori? A me sembrano più una fregatura.


I critici affermano che questo sistema vizi le quotazioni delle derrate alimentari perché i prezzi sono influenzati da un sistema che scambia contratti e non beni reali. Per i sostenitori invece i futures sono dei validi strumenti con cui i produttori possono tutelarsi. Se infatti la cooperativa vende al momento della semina il raccolto a 100 e poi nel periodo della trebbiatura il prezzo cala a 90 si sarà tutelata rispetto alle fluttuazioni di mercato, scaricando sul molitore (o lo speculatore) il rischio. Ma se uno fa l’agricoltore forse non ha né il tempo né la preparazione per essere un bravo speculatore sulle Borse internazionali, che dite?

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