Sab, 18 Aprile 2026

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Quanto c’è di vero nel Made in Italy?

Di certo il brand “Italia” fa vendere. È il terzo marchio più conosciuto al mondo dopo Coca Cola e Visa. Però c’è chi non dice sempre la verità al consumatore. È una regola che dovrebbe valere per tutti. Invece c’è chi gioca sugli equivoci per truffare la buona fede dei clienti.

Questo magazine vuole promuovere le eccellenze del Made in Italy. Dove consideriamo tali non solo i manufatti prodotti in Italia dal genio e dalla storia dei nostri artigiani, imprenditori e artisti ma la stessa capacità produttiva, la conoscenza, il saper fare. Per noi è Made in Italy tutto ciò, ovunque si manifesti, purché sia il frutto di una esperienza, una competenza, un vissuto che faccia riferimento al nostro paese. Anche nell’Arte, nella Cultura, nella Musica, nello Sport c’è Made in Italy, un modo italiano di farlo meglio. “Italians do it better” recitava una maglietta che portava Madonna, molti anni fa. C’era il doppio senso ma è pur vero che per molte cose gli Italiani sanno farle meglio. Il problema e non mentire su cosa.

Questa premessa è necessaria perché vorrei affrontare il tema delle frodi sull’italianità dei prodotti. Frodi che commettono spesso gli stranieri che vogliono far passare per italiano un prodotto ideato, realizzato e commercializzato al di fuori dei nostri confini ma altrettanto ci includerei il fenomeno parallelo, ovvero di quei prodotti spacciati per essere stati fatti in Italia ma di provenienza dubbia, quanto meno equivoca.

Quando si acquista un prodotto Valentino, Gucci, Versace o Bottega Veneta, si pensa di comprare l’alto design italiano. In realtà si ha fiducia nel marchio d’origine ma si compra qualcosa che di italiano ha ben poco. Forse parte del vecchio talento, delle sue infrastrutture o delle sue fabbriche, che però sono sempre più delocalizzate. In realtà quando qualcuno compra un marchio Valentino compra un prodotto che appartiene a Mayhoola for Investments, una società del Qatar!

L’Italia è in svendita e non ce ne siamo accorti

Nel campo della moda per esempio Versace appartiene all’azienda americana Michael Kors. Bulgari o Emilio Pucci appartengono alla società francese LVMH. Bottega Veneta e Gucci alla francese Kering. Chi viene in Italia e compra alla Rinascente, in realtà sta acquistando dai tailandesi del Central Group of Companies. Quando vedete passare una Lamborghini italianissima, sappiate che quell’auto è un prodotto della fabbrica tedesca Volkswagen.

Anche le italianissime Birra Peroni o Nastro Azzurro sono entrambe di proprietà della giapponese Asahi Breweries. Ma qui non ci sono frodi. Hanno comprato un marchio ma per produrre sempre un prodotto italiano, si spera. Solo la proprietà non ha più a che vedere con l‘Italia.

Sembravano un fiore all’occhiello del Made in Italy e invece…

Alcuni anni fa la famosa ditta Poltronesofà è stata multata con un milione di euro dall’Agcom per pubblicità ingannevole, omissiva sulle caratteristiche dell’offerta. In particolare sulla durata e l’estensione temporale delle promozioni e sull’entità degli sconti.

Nel 2020 l’azienda di divani ha promosso il piano “doppi saldi, doppi risparmi “, che prometteva uno sconto del 50% e uno ulteriore fino al 40% su tutta la collezione, con pagamento rateizzabile in 48 mesi senza interessi. Ma non era così. Quando poi promettevano di supervalutare il divano usato fino a 1.500 euro, ugualmente non era vero. L’inganno però non era solo nella comunicazione. Dicevano di essere artigiani e invece non lo sono per niente. Questo è più grave. La catena in effetti non ha nulla di artigianale. È specializzata in vendita di mobili, grazie a dei martellanti spot in tv, ma si appoggia a una filiera di fornitori e subfornitori che spinge a sollevare dubbi anche sul rispetto delle condizioni dei lavoratori.

Lo sfruttamento della manodopera straniera nel Terzo mondo

A 10 anni dal crollo di Rana Plaza, a Dakka, il 24 aprile 2023, un anno fa, è nato il Manifesto per la Moda Responsabile, grazie a 20 tra brand, produttori, aziende, cooperative e associazioni della moda italiana.

Che successe in Bangladesh? Un complesso manufatturiero di otto piani crollò improvvisamente e vi persero la vita 1.134 persone e vi furono 2.600 tra feriti e invalidi, per la maggior parte impiegate nella realizzazione di abbigliamento per i principali marchi della moda occidentale. Nei giorni successivi al crollo nessun marchio di moda si fece avanti ammettendo di rifornirsi da quelle fabbriche. Furono i giornalisti, le persone del luogo a scavare sotto le macerie e a ritrovare le etichette dei vestiti o i fogli con gli ordini che citavano esplicitamente i nomi di quelli coinvolti, tra questi abbiamo identificato 29 marchi che avevano ordini con almeno una delle cinque fabbriche di abbigliamento nell’edificio Rana Plaza, tra cui Benetton (Italia), Gap (Usa), Auchan (Francia), H&M (Svezia), Cato Fashions, The Children’s Place (USA), El Corte Ingles e Mango (Spagna), Joe Fresh (Loblaws, Canada), Kik (Germania), Bonmarche, Matalan e Primark (Regno Unito/Irlanda) e Texman (Danimarca).

Questo sfruttamento è una pratica molto diffusa, più di quanto non si sappia ufficialmente

L’eredità di quella tragedia è stato un accordo imposto a 200 società committenti. Esse sono ritenute responsabili di quanto accade nella filiera e devono farsi carico del destino e della salute dei lavoratori, anche se non si tratta di diretti dipendenti. Grazie a questo accordo vennero risarcite le famiglie che subirono la perdita e il ferimento dei propri cari, con 30 milioni di euro. Che suddivisi per il totale delle quasi 3.000 famiglie non sono poi tanti e comunque ci vollero 2 anni per riuscire a farli pagare.

Al tempo stesso si firmò un protocollo sicurezza che si basa su ispezioni qualificate e indipendenti per individuare problemi e piani correttivi negli stabilimenti. Nel tempo questo accordo ha permesso che fossero messe in sicurezza 1.600 fabbriche per circa 2,5 milioni di lavoratori. L’accordo poi è stato esteso dal Bangladesh al Pakistan.

Se l’azienda si comporta responsabilmente verso l’ambiente e la società civile ne beneficia in immagine

Non c’è dubbio che il proposito più importante in commercio è sempre quello della trasparenza dell’azienda. Su quello che produce, di come lo produce e da dove arrivano le materie prime. Se l’azienda si comporta civilmente, riducendo il proprio impatto ambientale, con senso di responsabilità, rispettando i diritti dei lavoratori e quindi con un senso etico verso l’ambiente e la società, questo non farà che elevare l’immagine del brand e favorire la preferenza del pubblico.

C’è un pubblico vasto interessato solo a spendere il meno possibile

Ma c’è pur sempre un pubblico che non legge, non s’informa, che non gliene frega niente dei problemi dell’umanità e che vuole sempre e soltanto spendere il meno possibile per comprare cose inutili, che però servono ad elevare il proprio status sociale. Vestiti, scarpe, telefonini, tablet, cappelli, anelli, borse. Questi consumatori sono presenti in ogni continente. Maggiormente in quei Paesi che da poco si sono affacciati sui mercati del benessere. Comprando gadget e cercando stili di vita occidentali. Non hanno nessun interesse a imporsi sacrifici nel pagare di più un prodotto, purché venga rispettato l’ambiente e chi lo produce.

In Italia ci sono laboratori che fanno qualsiasi cosa si chieda e applicano l’etichetta “Made in che ti pare

L’italian sounding è evidentemente un danno economico e di immagine enorme per il nostro paese. Ma se crediamo che si possa contrastare a suon di vertenze e di lamentele sbagliamo di grosso. Accanto a questo c’è un altro fenomeno altrettanto vasto ma che non si ha interesse a misurare ed è quello di quanto lo stesso Made in Italy sia in realtà contraffatto, falso, realizzato all’estero e spacciato per italiano. Per essere chiari il caso del crollo del Rana Plaza di Dakka, questo dimostra. Si producono a 50 centesimi T-shirt che poi in Italia si vendono a 10 euro con l’etichetta Made in Italy.

Ma ormai quasi non c’è più bisogno di andare in Bangladesh. In Italia stessa ci sono laboratori (spesso cinesi ma non solo) che fanno qualsiasi tipo di vestito o di camicetta o borsa di cuoio e ci applicano l’etichetta che vuole il committente. Si fanno in Italia ma con merci che arrivano chissà da dove, con uno sfruttamento illegale per orari e condizioni di lavoro. Poi la merce può essere “made in qualsiasi posto”.

Perché non lanciare il Made by Italians che comprende tutto ciò che sanno fare gli Italiani nel Mondo?

C’è anche un fenomeno che ritengo positivo ed è quello dei prodotti “italiani” realizzati all’estero da emigranti Italiani o figli di Italiani. Perché fare loro la guerra? Non serve a niente. Loro realizzano qualcosa che fa parte della nostra cultura, del nostro saper fare, della nostra capacità. Lo fanno all’estero con ingredienti stranieri ma il know how è italiano, i macchinari vengono dall’Italia e spesso i Mastri o Insegnanti del processo sono Italiani. Perché non associarli sotto una etichetta “Made by Italians” che li legherebbe al Paese d’origine dando loro identità e riconoscibilità e offrendo all’impresa italiana un mercato più ampio per vendere tecnologia, pezzi di ricambio, insegnamento, scambi commerciali? Non sarebbe “contro” il Made in Italy ma in qualche modo lo ingloba. Tutto quello che fanno gli Italiani nel Mondo rientra sotto questo brand.

Un’etichetta non è sinonimo di verità: chiunque la può stampare

Dei laboratori sartoriali illegali sappiamo poco. All’interno nessuno è in grado di sapere con precisione quali siano le reali condizioni di lavoro e se ci siano minorenni o illegali impegnati a cucire e tagliare abiti. Chi li usa non ha nessun interesse a rivelarlo per non avere un danno di immagine. È chiaro che nel silenzio conviene a tutti dirottare il lavoro verso i laboratori irregolari e il fenomeno funziona con i sub appalti. La ditta X subappalta a Y, subappalta a Z che subappalta a chissà chi… Tutti ci devono guadagnare e chi lavora prende un compenso da fame. Altro che stipendio minimo, è sfruttamento bieco.

Se il prezzo è troppo basso fate scattare l’allarme, nessuno vi regala niente

In tutto questo succede che, se per confezionare un prototipo, i costi sono di € 15,00 / € 18,00 (taglio e cucito), per un ordine di 100 pezzi dello stesso capo il costo scende già a € 10,00 /9.00. Dovrebbe essere il campanello d’allarme! Una riduzione dei costi per quantità non così elevate significa che la produzione verrà sicuramente deviata.

Adottare contratti di collaborazione con i propri fornitori, in cui è possibile visitare le unità produttive, è un’arma fondamentale per garantire ai clienti che ciò che viene venduto è veramente sostenibile. In questo modo gli approfittatori verrebbero subito smascherati.

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