Sab, 18 Aprile 2026

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Carlo Siliotto: “Sono un artigiano della musica nella mecca mondiale del cinema”

Carlo Siliotto, musicista, compositore di colonne sonore, da anni vive e lavora a Los Angeles, dov’ è membro dell’Academy: “Non è solo una città americana. Qui ognuno deve confrontarsi e scambiare esperienze con tutte le culture del mondo. Sentirsi un Artigiano Italiano della musica mi dà una identità culturale senza la quale sarebbe impossibile lavorare.”

E’ nato a Roma il 10 gennaio 1950. Ha scritto per oltre un centinaio di composizioni musicali, da lungometraggi teatrali a documentari e serie televisive. La sua capacità di fondere sonorità moderne con tradizioni melodiche italiane nella musica da film è stato il lasciapassare per lavorare al fianco di molti registi affermati, tra i quali Patricia Riggen, Jonathan Hensleigh, Robert Markowitz, Carlos Saura-Medrano, Clive Donner, Joseph Sargent, Roger Young, Uli Edel, Sergio Sanchez Suarez, Robert Allan Ackermann e molti altri che cita nell’intervista.

In carriera nomination e premi per la migliore colonna sonora

Nel 2007 ha ricevuto una nomination al Golden Globe per il suo lavoro in Nomad: The Warrior (Sergev Bodrov- Ivan Passer), e nel 2011 è stato nominato dalla critica italiana per il “Nastro d’Argento” per la musica di Il Padre e lo Straniero (RickyTognazzi). Nel 2004 è stato nominato per la migliore musica dalla International Film Music Critics Association (IFMCA) per The Punisher. Altri riconoscimenti includono la migliore musica per una commedia dell’IFMCA (2014) e il premio “Colonne Sonore” per la migliore colonna sonora originale per un film straniero, entrambi per Istruzioni  non incluseNo Se Aceptan Devoluciones ).  Le musiche di Cuando sea Joven (Raul Martinez) è uno dei suoi ultimi lavori, per il quale è stato anche premiato nel 2022 per la migliore colonna sonora.

Gli inizi al conservatorio, poi il Canzoniere del lazio e le collaborazioni con i cantautori

La formazione musicale di Carlo inizia nel Conservatorio e prosegue con lo studio di strumenti diversi e di stili diversi. Inizia la carriera con il Canzoniere del Lazio. Poi prosegue abbinando rock, jazz e musica classica con musica mediterranea ed etnica e visitando molti paesi nei cinque continenti. È sato anche violinista, compositore e arrangiatore per album con Domenico Modugno, Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Una sua composizione concertistica O’ Patrone d’o Cane è stata pubblicata negli Stati Uniti e in altri Paesi. Dal 2005 Carlo vive stabilmente a Los Angeles dove è membro dell’Academy of Motion Pictures Arts of Sciences, uno dei giudici che votano alla premiazione degli Oscar.

Qual è il compito di un membro dell’Academy?

Principalmente vota per l’assegnazione dei premi Oscar. Questo mi consente di poter visionare tutte le opere in concorso. Anche se mi occupo del branch della musica. Quindi fino alle nomination ogni branch vota per il proprio settore. Poi tutti votano per chiunque per stabilire il vincitore. Per mia scelta faccio anche parte del Comitato dei film internazionali e voto anche per la lista dei film che arrivano da tutto il mondo al Festival, quello che una volta era il Foreign Language, e oggi è International Pictures, cioè non è più definito dall’idioma diverso dall’inglese ma solo dalla produzione diversa da quella americana.

Sei ormai a tutti gli effetti entrato nell’Olimpo del cinema internazionale. Tuttavia io ti vedo un po’ come un artigiano che ha appreso un bagaglio culturale in Italia e che lo trasferisce nel lavoro che svolge… Ecco, cosa c’è di italiano nella musica che proponi che possa piacere al pubblico e alle produzioni americane?

Sul termine artigiano sono assolutamente d’accordo. Il manuale di composizione di Schömberg inizia dicendo che un musicista deve prima di tutto essere un buon artigiano. Sul cosa c’è di italiano in me?

Devo fare una premessa. Negli anni il mood generale di questa città è cambiato totalmente. Quando sono arrivato le prime volte, nel ’93-’94 per realizzare Fluke di Carlo Carlei, che facevo avanti e indietro con l’Italia, Los Angeles era tutt’altro da quello che è adesso.  Ricordo un grande schock culturale venendo dall’Europa. Questa è la città più internazionale che abbia conosciuto in vita mia. Qui non sei più in America, come si vede anche dai risultati elettorali, differenti dagli Stati del centro del Paese, qui sei nel Mondo. Qui è rappresentato tutto il mondo della cultura e non solo per il cinema.

Tutti noi Italiani che siamo qui, sia che si lavori per la Nasa o come chef, nell’informatica come nel cinema o in qualsiasi altra branchia della vita sociale, siamo portatori di una cultura diversa, che viene da lontano. Tutti noi abbiamo vissuto e respirato l’arte italiana di Vivaldi, Raffaello, Michelangelo

Siamo portatori anche dell’umanesimo, qualcosa che ci appartiene…

Ma questo appartiene più che alla italianità a un fattore di età?

No, no… è un fatto di appartenenza geografico culturale non generazionale. I primi tempi che stavo qui mi ha impressionato vedere la differenza tra un barbone in Europa e uno di qui. Un senza tetto in Italia se la prende col mondo che l’ha emarginato, mentre un barbone americano se la piglia soprattutto con sé stesso. La differenza culturale è sostanziale. Noi siamo portatori di una cultura che mette al centro la famiglia, la società. Mentre questa americana è una cultura individualista. Se non ce la fai è solo colpa tua! Una cosa di una tristezza profonda. Chi è emarginato è profondamente solo.

C’è un qualcosa di specifico che hai riscontrato vivendo lì nel fare musica?

La musica è un regalo. Qui si dice is a gift… Quando dicono di qualcuno He’s a very gift one, vuol dire che ha talento. Io ce l’ho avuto e tanti non ce l’hanno avuto. È un’esperienza fondamentale della vita. Ma anche come semplice fruitore. Ascoltare musica ti educa in un certo qual modo, ti arricchisce. Tutta la musica, purché sia buona.  Qui arrivano plotoni di persone con l’intento di fare i soldi e nient’altro in testa. Qualcuno ci riesce pure. Ma restano dei miserabili. La missione che abbiamo all’Academy è proprio questa. Tenere alto il livello artistico, culturale, musicale delle composizioni per il cinema piuttosto che insegnare alla gente come fare soldi facendo qualsiasi tipo di musica.

Dal punto di vista delle relazioni professionali cos’hai trovato di diverso nel tuo settore?

Ho lavorato molto con tutte le persone di cultura latina: messicani, colombiani, venezuelani, cubani, italiani… Mi sono posizionato in questo ambiente dove mi trovo facilmente bene, condividiamo molte cose in comune.

Vengo da pochi giorni dall’Italia dove ho fatto le musiche per il nuovo film di Maurizio Nichetti, con il quale ho un ottimo rapporto. Questo è il modo di lavorare che ho imparato e in cui mi sento meglio ossia avere un rapporto col regista, diretto. Il regista è il punto di vista del film. Questo è la cosa che io cerco in tutto quello che faccio.

Riesci a selezionare le proposte che ti arrivano per fare le cose in cui più ti immedesimi?

Ho fatta tanta televisione come sai in Italia e vedevo tanti che si arricchivano facendo televisione, ma a me non interessa proprio quell’aspetto lì. Il musicista in tv diventa uno che mira a far produrre al massimo le sue creazioni, a farle girare, a farle fruttare il più possibile per ottenere le royalties ma senza uno scambio intellettuale con gli altri componenti della produzione. Al regista delle serie tv, degli sceneggiati, non interessa approfondire il senso dei personaggi o di una storia, calarsi nell’animo delle scene, gli interessa solo l’audience e tutto è finalizzato verso ciò che aumenterà l’ascolto, anche la musica, anche se si tratta di una commedia. Uno dei film più profondi che ho fatto è “Istruzioni non incluse”, di Eugenio Derbez. È una commedia ma di un alto spessore umano e culturale.

Carlo Siliotto
Carlo Siliotto

Che rapporti hai con gli Italiani che vengono a Los Angeles per le nomination?

Ho evidentemente buoni rapporti con gli italiani che vengono qui perché nominati per gli Oscar ma è un rapporto diverso rispetto all’Italia. Quando sono qui sono loro che sono diversi, perché qui non c’è la stessa competizione che c’è in Italia. Allora si parla di contenuti, di arte, di cinema. Quello che non piace dell’Italia è che sempre devi fare i conti con i gruppi di riferimento, con i giri di sempre con cui hai a che fare…

C’è un approccio particolare quando qualche regista si avvicina a te per proporti una collaborazione, vista la tua appartenenza e la tua identità italiana?

Questo si. Quando qualcuno mi cerca è perché conosce già il mio lavoro. Il rischio brutto che si verifica nell’ambito del mercato è che ciascuno viene etichettato. Nel ’92 o ’93 conobbi Bill Conti, un famoso compositore di musiche da film. Lui si lamentava perché avendo fatto i primi film di Rocky lo chiamavano solo per film a sfondo sportivo. Se fai film horror continuano a chiamarti per film del genere. Questo penso sia una cosa molto brutta perché la gente non si prende responsabilità. Non vuole rischiare ed è una cosa che porta indietro il cinema. La musica è l’unico attore che non vedi nel film ma è un grande attore che può determinare la fortuna della pellicola. Non è che Raffaello che era architetto non potesse essere anche un bravo pittore. Lavorare sul sicuro, limitando i rischi  è uno dei mali del cinema.

Tu giri molto in vari paesi per il tuo lavoro. Il livello della tecnologia è ovunque elevato o trovi difficoltà?

La tecnologia a certi livelli ormai è diffusa nel mondo. Ovunque trovi professionisti. Quando trovi problemi se si può si cerca di ovviare con degli interventi di aggiustamento grazie ai tecnici del suono che collaborano con me. In Kazakhistan ho musicato dei documentari sulla loro storia, con Oliver Stone. C’era un’orchestra di altissimo livello. L’Orchestra del Teatro dell’Opera di Astana, fantastica! Lavoravamo in una sala con un’acustica eccezionale, una sala prove, ma non avevano la sala di ripresa. Gliel’abbiamo costruita noi. Alla fine è stato un gioco da ragazzi il missaggio. Ma generalmente il livello è buono dappertutto.

Ci sono progetti a cui stai lavorando adesso e di cui si può parlare?

Si, sto lavorando a un’opera lirica. Un progetto mio che sto scrivendo da tempo. Compatibilmente con gli altri impegni di cinema. Si tratta di una sfida, con attori cantanti in scena, sono a un’ora e mezzo e devo finirla.

Il tema è la storia di come una donna americana Cora Slocomb, attivista, sposata con un nobile italiano, ha salvato la vita di una giovane emigrata italiana nel 1895. La donna si chiamava, Maria Barbella, 22enne, analfabeta, condannata alla sedia elettrica a New York, per aver ucciso l’uomo che l’aveva sedotta e poi abbandonata. Cora si era resa conto che i vari processi erano stati guidati da pregiudizi contro gli immigrati, le donne, gli italiani, molto prima del caso di Sacco e Vanzetti.

Era l’epoca della grande emigrazione italiana verso l’America…

È l’epoca della sedia elettrica, in cui Edison combatteva contro Tesla e Westinghouse per avere il monopolio della corrente elettrica. Edison non vedeva l’ora che questa donna finisse sulla sedia elettrica per dimostrare la potenza della corrente alternata. Per far capire anche la pericolosità di questa corrente, Edison non aveva esitato a uccidere una elefantessa in pubblico, con le scariche di corrente alternata a Long Island.  Anche per il cinema ho dei progetti in attesa ma per scaramanzia preferisco tacere.

Va bene Carlo. Ti faccio un in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti.

Grazie. Viva il lupo!

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