Dipende dai registri che si analizzano e se si controllano quelli dei paesi di destinazione, ci si accorge che il numero è molto più alto dei dati ufficiali. Se ne vanno i laureati, chi ha una professione e parla una lingua. In pratica l’Italia sta aiutando altri Paesi a crescere mentre lei declina.
L’Italia non attrae i suoi figli e li lascia scappare in maniera ottusa, cinica, colpevole. Non si capisce perché la cosa non allarmi Governo e Istituzioni e non si cerchi di porvi riparo. Se ne vanno le menti giovani, il futuro del Paese, che sono costati fin qui per la loro formazione e che vanno ad arricchire altri Paesi. Relegando il nostro a ruoli sempre più marginali.
Invece di pensare alla denatalità e agli immigrati è ben più grave il tema dei cervelli in fuga
Uno studio realizzato di recente dalla Fondazione nord est insieme all’associazione Talented Italians in the UK e basato sull’osservazione di fenomeni statistici: l’ondata migratoria di chi abbandona l’Italia con in mano un titolo di studio, registra dimensioni importanti, forse non del tutto paragonabili a quelle del passato ma potrebbero diventarle. Mentre si preferisce concentrarsi sulla denatalità e sull’immigrazione da Africa e Medio Oriente, mostrando di non comprendere quali potenzialità contengano i flussi migratori e quali ragioni esprimano la denatalità, si rischia di trascurare un fenomeno che influirà in maniera determinante sulla crescita dell’Italia.
I giovani che scappano dall’Italia sono almeno 1,3 milioni
Ad ogni giovane che emigra dall’Italia verso l’estero registrato dalle statistiche, ne corrispondono in realtà tre effettivi. La scoperta, viene da uno studio pubblicato nel 2023 dalla Fondazione nord est, è l’esito di un incrocio tra i dati Istat e quelli degli uffici statistici degli altri paesi europei. Questa analisi mostra la sostanziale indifferenza con cui il potere politico tratta questo fenomeno. Secondo i dati ufficiali tra il 2011 e il 2021 sarebbero stati 377mila gli Italiani tra 20 e 34 anni da emigrare verso altri Paesi. In testa quelli europei economicamente avanzati. Se la moltiplichiamo per tre diventano 1,3 milioni di persone.
Una forma di atavica ritrosia ad avere rapporti con la burocrazia frena l‘italiano all’estero a iscriversi all’Aire
La causa di questo divario sta nella non iscrizione all’Aire, Anagrafe degli Italiani all’estero, che l’Istat è tenuta a conteggiare come dato ufficiale. Ma la ritrosia a iscriversi e a trattare con la burocrazia è innata negli Italiani, che temono sempre ritorsioni. Chi si iscrive all’Aire perde automaticamente l’assistenza sanitaria in Italia. Pochi sanno che la può recuperare appena si rientra in Italia, anche solo per un periodo di tre mesi. L’Italiano preferisce restare nel limbo indefinito di chi non sa cos’è e cosa farà nella vita. Se resterà all’estero o tornerà in Italia. Così facendo commette un reato e risulta un cittadino sempre residente in Italia anche se non lo è di fatto. Dichiarare la propria residenza è un dato importante per ottenere dei diritti, come il contratto di affitto o una fornitura elettrica, di gas o un lavoro.
Recentemente ho verificato che sono tanti i giovani italiani a New York che hanno oltrepassato il periodo di 90 giorni consentiti come visto turistico. Non sono dei clandestini illegali perché sono entrati legalmente negli Usa ma restano comunque dei fantasmi che non potrebbero lavorare, né prendere in affitto una casa e se espatriano rischiano di non poter rientrare negli Usa, a meno che non si sposino con un partner americano.
I giovani europei prediligono la Svizzera e la Spagna. In Italia ne vengono pochissimi
C’è un Circuito di movimento giovanile nell’Unione Europea che comprende anche la Svizzera. A questo circuito l’Italia partecipa come fornitore di intelligenze ma non come fruitore. Questo conferma la tendenza al masochismo della nostra classe dirigente, un masochismo che però fanno pagare al Paese, perché loro non vengono toccati economicamente e finanziariamente da queste incongruenze. Di fronte a 377mila partenze ufficiali stimate, ci sono stati 51mila ingressi di giovani cittadini esteri in Italia. Gli stessi limiti che spingono i giovani italiani a emigrare scoraggiano quelli degli altri Paesi a venire in Italia. Così si sta verificando che le mete delle giovami generazioni europee sono altre.
Su un campione di sette nazioni (Belgio, Danimarca, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Svezia e Svizzera) è emerso che un terzo della popolazione europea tra i 20 e i 39 anni sceglie la Svizzera, seguita dalla Spagna. Le similitudini culturali tra Spagna e Italia sono tantissime e molti Italiani scelgono la Spagna anche per questo ma è indubbio che in questi anni la politica dei governi spagnoli ha aiutato la crescita culturale ed economica di quel Paese molto più che quella dei governi italiani. Così soltanto il 6% dei giovani europei sceglie l’Italia come destinazione del proprio trasferimento.

Colloquio di lavoro – Imagen de Werner Heiber en Pixabay.jpg
Perché il nostro è un paese poco attrattivo sul piano del lavoro
Questa è una affermazione che non è difficile da far comprendere a chi vive in Italia. Gioca a sfavore del nostro Paese la mentalità per cui da noi uno è giovane anche fino a 40 anni. All’estero già a 18-20 anni un giovane vive da solo, viaggia, conosce una o più lingue. Quando un laureato italiano cerca lavoro in America o nel Regno Unito in genere a circa 26-30 anni, mentre trova i posti di lavoro già occupati da 24enni. All’estero il lavoro è importante ma non è l’unica cosa che conti nella vita. Non si lotta per il posto fisso. Non si pensa che la prima occupazione sarà l’unica. Il lavoro è un processo di crescita, qualcosa che fa maturare la persona e le dà più autostima. Un giovane che dimostri competenza e senso di responsabilità può crescere rapidamente nella sua carriera. Da noi troverà sempre gente più matura a sbarrargli la strada.
Uno stato poco affidabile non mi fa sentire garantito qualsiasi promessa faccia
Un altro aspetto che rende poco attrattivo restare o tornare in Italia per un giovane sono le politiche poco affidabili da parte dello Stato. Le istituzioni pubbliche da noi soffrono di una carenza di credibilità molto grave. Un giovane sa che prima o poi dovrà, vorrebbe, farsi una famiglia, avere una casa, accendere un mutuo. Che si fa per favorire la nascita di nuovi nuclei familiari e quindi, in concerto, agevolare la natalità? In pratica Niente, palliativi, fumo negli occhi. Interventi scoordinati e inefficaci. Quello che lo Stato ti dà da una mano ti toglie con l’altra. Di fatto il numero dei matrimoni e dei nuclei familiari scende e scende anche la natalità. Il risultato è che si perde capitale umano e questo lascia presagire un futuro nero per l’Italia. Meno professionisti giovani vogliono dire meno imprese, meno business, meno innovazione ma anche meno imposte pagate, meno occupazione, meno impiegati che pagano i contributi per le pensioni.

Il capo è cinese – Imagen de Darwin Laganzon en Pixabay
Per fortuna l’immigrazione trova una soluzione integrativa nel lavoro autonomo e le imprese di immigrati crescono
Per fortuna l’immigrazione risolve in parte questo problema. Secondo l’Organizzazione mondiale per l’immigrazione l’imprenditoria in Italia vede crescere il lavoro autonoma, unica -forse – strada per gli immigrati per una reale integrazione economica e sociale.
La fonte dei dati sull’imprenditoria immigrata in Italia è resa disponibile da Infocamere, che gestisce il Registro nazionale delle Imprese, l’anagrafe ufficiale delle imprese e delle aziende italiane. In Italia l’imprenditorialità degli immigrati è caratterizzata da una crescita costante. Su un totale di 7.557.982 imprenditori registrati in Italia nel dicembre 2021, un 10% è costituito da imprenditori immigrati.
Tra gli stranieri i più imprenditori sono i Cinesi, Rumeni e Marocchini La quota di imprenditori autonomi immigrati è caratterizzata da una crescita significativa (+31,6%) rispetto ai dati del 2011. Gli imprenditori stranieri nati in Cina, Romania e Marocco rappresentano quasi un terzo dell’imprenditoria immigrata in Italia, essendo rispettivamente il 10,1%, il 10,0% e il 9,2% del totale.
Tra i gruppi di origine immigrata che mostrano una forte spinta all’imprenditorialità si distinguono senza dubbio: i macedoni (52,9%) seguiti da russi (39,4%) e cinesi (36,5%).
Saranno quindi gli immigrati a salvare il Paese che lascia



