Sab, 19 Settembre 2026

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È scritto Made in Italy, ma 3 marchi su 4 sono nelle mani di capitali stranieri

Di per sé non è sempre un male per un’azienda avere un acquirente che ha fiducia nel marchio e ci investe grossi capitali aprendole nuovi mercati. Il danno è per il Paese che perde importanza e rischia di essere “posto in vendita” per tutte le altre questioni strategiche e politiche.

L’Italia è diventata il Paese dello shopping: negli ultimi anni oltre 500 brand del Made in Italy sono finiti in mano a società estere. Si può ancora parlare di marchi italiani? Si perché solo la proprietà è cambiata ma il corpus produttivo e quello dirigenziale e creativo spesso rimane italiano. Di fatto le comprano per quello. Da parte delle società straniere si tratta di acquisire un marchio che funziona nel mondo, spesso anche per veicolare anche progetti e prodotti che avrebbero ben poco a che fare con il nostro Paese. Ma quel che conta è il brand e la fama acquisita nel tempo.

Il nostro capitalismo ha sempre sofferto di un aspetto familistico, provvisto di capitali limitati, rispetto alla concorrenza estera. Così come gli ha pure giovato per altri aspetti la dimensione familiare e lo si vede nella piccola impresa. Da noi ha sempre contato di più la capacità creativa, il dinamismo artigianale, crescere in distretti vocati a un settore, come quello delle scarpe, della moda, dei mobili, delle biciclette, che hanno agevolato la crescita delle imprese. Poi però arriva il momento in cui devi affrontare mercati più grandi e attrezzarti per questa necessità e se non ce la fai l’unica strada è associarti o vendere.

Mercati finanziari Imagen de Jimmy Chan en Pixabay

L’avvento dei cinesi ha cambiato il panorama nel calcio e in altri settori

Ripercorriamo alcune di queste storie italiane di passaggio ad altra proprietà. Pirelli per esempio, uno dei marchi leader nei penumatici è andato in mano ai cinesi di ChemCina, così com’è accaduto per la squadra di calcio dell’Inter che a lungo ha avuto sulla maglia il marchio Pirelli come sponsor, per merito di Marco Tronchetti Provera.

La World Duty Free (leader in Italia nel settore delle vendite negli aeroporti), ceduta ad una compagnia svizzera. Ansaldo è passata ai giapponesi della Hitachi, e Indesit, di proprietà della statunitense Whirlpool. Secondo l’ufficio studi di Mediobanca è cresciuto al 38,5% la percentuale di aziende della moda basate in Italia, ma controllate da colossi esteri come Kering e Lvmh. Nel settore enogastronomico e agro alimentare, negli anni, sono “volati” all’estero, tra gli altri, anche i Gelati Grom, i marchi degli olii Sagra e Filippo Berio, la pasta Del Verde, i salumi Fiorucci, l’Orzo Bimbo, i cracker Saiwa, i liquori Stock e le caramelle la Sperlari.

Le aziende italiane hanno cominciato a passare di mano in mano a diverse aziende estere

La Poltrona Frau è andata all’americana Haworth. Unilever, multinazionale anglo-olandese, è proprietaria dell’Algida, dell’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che controllava Carapelli e Sasso) e delle confetture Santa Rosa. Poi i brand Cirio-Berolli-De Rica sono passati nel 2008 dalla Unilever alla spagnola Deoleo, che adesso ha acquisito Carapelli, Sasso e Friol.

Anche l’Eridania Italia, società leader nel settore zucchero, è passata in mani francesi. La Star, proprietaria di diversi marchi come Pummarò, Sogni d’oro, GranRagù Star, è stata acquistata dalla spagnola Gallina Blanca del Gruppo Agrolimen, della famigliaspagnola Carulla. Non è trascurabile la presenza di grandi compagnie francesi nel mondo della distribuzione alimentare: da Auchan a Carrefour a Sodexo. Questo condizionerà il settore perché il distributore ha maggior potere del produttore.

Prodotti della Nestlé dal sito facebook San Pellegrino

I francesi di Lactalis hanno assorbito importanti aziende lattiero casearie italiane, come gli svizzeri di Nestlé nei dolciumi

Continuando con la disamina la francese Lactalis ha acquistato Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori e Locatelli e delle Fattorie Scaldasole. Nestlé (svizzera)è proprietaria di Buitoni, Sanpellegrino, Acqua Panna, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti. I sudafricani di SABMiller hanno acquisito nel 2003 la Birra Peroni, poi passata dal 2016 nelle mani dei giapponesi di Asahi Breweries. L’oligarca Rustam Tariko proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia, mentre i cioccolatini Pernigotti sono stati ceduti dai Fratelli Averna ai turchi della Toksoz.

Alle aziende straniere piacciono molto anche gli yacht. Quelli Ferretti sono di proprietà di Shandong Heavy Industry-Weichai Group

L’acquisto fa bene all’impresa ma fa male all’economia italiana che risulta sempre più marginale

Se questo succede evidentemente è perché la nostra economia è fragile ma ha marchi importanti e gode di stima e identità. Due doti fondamentali per cui vengono acquistate imprese italiane. La vendita – fa male all’economia italiana – ma fa bene alle imprese stesse, che aumentano in numero di occupati, in produttività e fatturato. Un’altra ricaduta positiva di questo fenomeno risiede nelle maggiori possibilità offerte a queste aziende che grazie alle nuove proprietà, possono competere su mercati internazionali più vasti. Più mercati significa più vendite e più prodotti, più occupazione. Magari tutto ciò si traduce anche nella delocalizzazione, quando possibile, degli stabilimenti, cosa che è accaduta con la multinazionale con sede in Olanda Stellantis che ha acquisito tutti i marchi Fiat abbinandoli con quelli francesi e americani, ma di fatto svuotando le fabbriche italiane e andando a produrre dove il costo del lavoro è più basso e c’è meno conflittualità sindacale.  Vendere a società estere non è in sé una sconfitta del sistema produttivo ma lo è per lo Stato, che quasi sembra anch’esso ormai in vendita, grazie al debito pubblico che cresce di anno in anno e che lega il nostro Paese ai suoi creditori, ossia le grandi Banche e le Multinazionali finanziare. Le quali hanno tutto il vantaggio che quel debito resti tale e che l’Italia paghi somme di interessi sempre maggiori ogni anno. Di fatto tengono sotto ricatto lo Stato indebitato e oggi chi più chi meno, tutti gli Stati lo sono.

La Moda ex Italiana: grandi marchi passati ad americani, francesi, cinesi, e giapponesi

Dal 2012, la maison Valentino è nelle mani di Mayhoola Investments mentre Ferrè è passato nelle mani del Paris Group di Dubai. Anche La Rinascente appartiene alla compagnia thailandese Central Group of Companies. Tra i casi che ha tenuto alta l’attenzione degli italiani, c’è quello di Versace il cui brand è stato venduto allo stilista americano Michael Kors per la bellezza di 2 miliardi di dollari, mantenendo però con un ruolo di dirigente creativo Donatella Versace.

Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault,  che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Richard Ginori, Brioni e Sergio Rossi. Lvmh è proprietaria di brand importanti come Bulgari, Loro Piana, Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi.

Se i giapponesi comprano i marchi italiani significa che fanno vendere

La Perla ma anche Puma, nel settore dell’abbigliamento hanno cambiato padrone come molti altri marchi.Nel 1990 Fiorucci viene rilevata dalla Edwin International, società giapponese di abbigliamento con diversi marchi di proprietà e licenza, poi dalla Itochu Corporation e infine dagli inglesi di Schaeffer. La Itochu aveva altri marchi italiani nel suo portafoglio come Mila Schon, Combipel, Sergio Tacchini, Belfe e Lario, Mandarina Duck, Coccinelle, Safilo, Ferrè, Miss Sixty Energie, Lumberjack e Valentino S.p.A.

Quasi tutte queste aziende sono state poi rivendute sempre ad altre aziende straniere.  Le collezioni di Krizia sono passate alla cinese Marisfrolg Fashion Co.

Finanza, Industria, energia, trasporti: siamo un Paese gestito dagli stranieri ?

Anche in termini economici e finanziari, sono molte le società straniere che stanno fagocitando quelle italiane. Nel 2006, il gruppo Bnp Paribas acquisisce Bnl. Nel 2007, Credit Agricole prende il controllo delle banche Cariparma Banca Popolare FriulAdria. Sempre nello stesso anno, Generali accetta l’offerta di Groupama per l’acquisto del 100% di Nuova Tirrena per 1,25 miliardi di euro. Anche Unicredit ha venduto Pioneer ad Amundi per un valore di 3,5 miliardi di euro.

Nell’industria, Italcementi è stata acquisita da HeidelbergCement.Pirelli invece tocca andare in mano a ChemChina, il nuovo socio. A settembre 2016 la francese Suez ha acquisito parte di Acea mentre Magneti Marelli passa ai giapponesi di Calsonic Kansei.

In campo energetico, Edison ha piegato la bandiera tricolore a favore di un’altra: quella francese. 

Stellantis ha svuotato le fabbriche italiane e tende sempre più a produrre all’estero le vetture che erano un vanto della nostra industria

Nei trasporti Stellantis è la società con sede in Olanda, che ha inglobato tutto il comparto ex Fiat, più quello Peugeot e Citroen e altri marchi americani che si erano fusi con Fiat.  Nell’industria dei treni, il Made in Italy non esiste più. La ex Fiat Ferroviaria è controllata da Alstom ed ha cambiato nome. AnsaldoBreda è stata invece venduta alla giapponese Hitachi da parte di Finmeccanica. Non è diverso per gli aerei, dove Lufthansa ha il 41% di Ita Airwways la società che ha rilevato Alitalia.  La Piaggio Aerospace è dal 2014 in mano agli arabi di Mubadala, con Ali Al Yafei presidente Renato Vaghi amministratore delegato. Per Lamborghini, invece la nuova casa è in Germania dove il padrone di casa è il gruppo tedesco Volkswagen. 

La Lamborghini ora passata alla Volkswagen -Imagen de Ernie A. Stephens en Pixabay

Anche aziende italiane di dimensioni internazionali operano sui mercati di altri paesi facendo acquisizioni

Anche l’Italia, seppur non con la stessa voracità, ha acquistato un’azienda francese, la Moncler, che dal 2003 è di proprietà dell’italiano Remo Ruffini. Non è l’unico caso ce ne sono in abbondanza. Ovviamente questo non cambia niente rispetto alla questione generale. Più cambia l’assetto del mercato e sempre meno mi pare conti l’appartenenza ad un paese da parte di aziende che assumono dimensioni internazionali. Ma allora cade anche il concetto di “Made in…”. Se le aziende non vanno considerate tanto per la sede dell’Amministrazione quanto per gli aspetti ideativi e produttivi e sempre più sono agglomerati di imprese diverse, con origini diverse, che agiscono in tutto il mondo, si perde la dimensione nazionale. Conta più il saper fare italiano che l’origine e la sede.

Nascono imprese di grandi dimensioni che godono della fama passata ma sono come teste con i tentacoli

Non è rilevante infatti quante siano le aziende in possesso delle società di un Paese. Ma conta il dato più generale, dove imprese di dimensioni medie o grandi, investono nei marchi che risultino strategici alle loro politiche di espansione commerciale. La Buzzi Unicem, italiana, ha acquistato un’azienda tedesca, la Dyckerhoff, un’operazione che si è conclusa nel 2013. Ed attraverso questa società tedesca ha completato l’acquisizione della russa Uralcement per 104 milioni di euro. Anche le imprese italiane di medie dimensioni possono espandersi all’estero e internazionalizzarsi. Quando un’azienda decide di operare su  campi più ampi di quello del proprio paese di appartenenza, perde la dimensione nazionale per acquistarne un’altra del tutto nuova.  Amplifon, società che opera nel mercato degli apparecchi acustici, ha acquistato il 60% di un’azienda attiva nello stesso settore, l’israeliana Medtechnica Orthophone. Pochi mesi dopo, a novembre 2014, ha rilevato il 51% della brasiliana Direito de Ouvir. Dall’Italia si espande al Medio Oriente e al Sud America. Secondo voi è ancora Made in Italy? O piuttosto un colosso internazionale con (forse) una mentalità italiana?

Grandi imprese, colossi internazionali non rappresentano più il Made in Italy così come ancora lo si intende, sono un’altra realtà

Sono state tantissime, secondo quanto ho potuto verificare, le operazioni di acquisizione di marchi esteri da parte di aziende italiane. Ma si tratta di aziende come Gtech, la ex Luxottica, un colosso degli occhiali, che ha comprato per 4,7 miliardi di dollari International Game Technology (Igt) una delle principali compagnie al mondo nel settore dei Casinò e dei social gaming a Las Vegas in Nevada. Dagli occhiali ai casinò. Parlare di Made in Italy è riduttivo. Poi ha rilevato, dall’americana Wellpoint il sito glasses.com che detiene anche una tecnologia che dà la possibilità di provare “virtualmente” gli occhiali su internet. L’azienda romagnola produttrice di sementi, Suna Seeds ha rilevato per 6,5 milioni di dollari l’azienda Usa Condor Seed Production. Chiesi farmaceutici ha acquistato l’americana Cornestone Therapeutics della quale già deteneva il 58% delle azioni.

Campari ha acquistato per 185,6 milioni di dollari canadesi (120,5 milioni di euto) il 100% di Forty Creek Distillery, che produce whisky e altri liquori. La Aso Siderurgica di Brescia ha acquistato il gruppo romeno Cromsteel Industries.

Si potrebbe parlare di una nuova era che sta nascendo con imprese sovranazionali, che pescano ovunque per vendere dappertutto

Inutile adesso citarle tutte ma stiamo parlando di aziende importanti tipo Fincantieri, del gruppo Aquafil, della Investindustrial, il gruppo d’investimento in mano alla famiglia Bonomi, che ha acquisito l’80% della società spagnola di noleggio auto Goldcar Spain.  Sono grandi aziende che non guardano più tanto al mercato nazionale. Come Unicredit che ha rilevato attraverso Ban Pekao la banca polacca Skok Kopernik o la Ferrero (che ha stabilimenti in tutto il mondo per produrre Nutella) che ha acquistato il colosso britannico della cioccolata Thorntons per 157 milioni di euro! Per altro, anche se Nutella viene identificata come un prodotto italiano, secondo me, lo è fino a un certo punto. Lo è nell’idea, lo è nella ricetta ma l’olio di palma e le nocciole non sono italiane. Le creme di gianduia piemontesi – da cui trae ispirazione – sono molto più buone e più italiane della Nutella, anche se non hanno lo stesso mercato e usano più cacao (importato) e non sono fatte con il 50% di zucchero, dannosissimo per chi la mangia con continuità.

Una sfilata di moda, sempre più un altro Made in Italy – Imagen de Pexels en Pixabay

Il Made in Italy com’era prima non c’è più, però c’è qualcos’altro di più forte: la sua fama e la sua riconoscibilità nel mondo

Il mercato, se mai lo ha fatto in passato, non ragiona più in termini di appartenenza etnica. Le aziende, più diventano importanti e meno operano e pensano in termini nazionalistici. La naturale tendenza è all’abolizione dei confini e all’allargamento dei mercati. La popolazione continua a pensare in termini di identità nazionale e talvolta anche regionale. Sono abituati così. Viene più facile. Ma come le cose del mondo non sono mai come ce le raccontano, anche nel commercio un marchio può sembrarci di un luogo ed essere invece il frutto di accordi industriali complessi.  Il mercato già opera, si muove, agisce a livello sovranazionale. Le aziende stabiliscono la sede dove si pagano meno imposte, mettono le fabbriche il più vicino possibile ai luoghi di vendita o dove offrono le migliori condizioni di aiuti e agevolazioni. Anche gli Stati, che ancora esistono politicamente, finanziariamente già contano molto meno e spesso è evidente che vi sono autorità finanziarie che dirigono la politica degli Stati con più determinazione e risultati, degli organismi statali o delle unioni di più stati. Noi continuiamo a parlare di alcuni presidenti come degli uomini più potenti, mentre anche loro sono costretti ad ascoltare altri potenti meno visibili.

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