Sab, 18 Aprile 2026

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Non voto più, a decidere sono le multinazionali e non gli Stati. Il sistema di produzione agricolo non funziona e a rimetterci siamo noi più dei contadini!

Le perdite dell’agricoltura le ripiana l’Unione europea con i fondi dei contribuenti. In pratica tutti noi paghiamo perché delle multinazionali possano fare profitti enormi sul commercio delle derrate agricole. Ai politici importa contare i voti più che risolvere i problemi economici e del clima, per questo c’è chi non va più a votare.

Siamo ormai strozzati dalle Banche e dai gruppi finanziari e dalle Multinazionali dell’alimentazione, delle armi. Gli Stati non contano più nulla, qui sta la ragione dell’astensionismo elettorale: cosa vota a fare, se tanto decidono le lobbies?

Le proteste dei mesi passati cosa hanno cambiato? Non basta protestare bisogna cambiare il sistema, partendo dalle singole aziende

Le proteste dei mesi passati degli agricoltori francesi, tedeschi e italiani ma anche di altri Paesi della Unione Europea ci toccano da vicino anche se i Tg non ce lo hanno fatto capire. Il sistema che governa l’agricoltura europea dice di voler tutelare l’ambiente e su questo ci sarebbe da discutere ma il vero problema è che è il libero mercato che non funziona più, perché non c’è più. I prezzi dell’agricoltura non li decide il mercato ma i mercati finanziari.

Per quanto riguarda l’ambiente da tutelare, una ricerca delle Nazioni Unite dice che “senza interventi immediati” bastano le sole emissioni di gas serra provenienti dal comparto agricolo per farci superare la soglia di 1,5 gradi. Un report di Greenpeace spiega come gli allevamenti intensivi da soli siano responsabili del 14,5% delle emissioni globali di CO2. E così via.

I cambiamenti climatici danneggiano tutti ma il sistema agricolo attuale è corresponsabile

I cambiamenti climatici, determinati dall’industrializzazione, il dato è talmente evidente che è noioso stare a rispondere a quattro negazionisti che si rifiutano di confrontarsi coi loro colleghi climatologi. L’inquinamento, la siccità e le piogge torrenziali, due facce dello stesso fenomeno, comportano solo danni per l’agricoltura. Un certo modo di produrre lo abbiamo visto, alimenta gli stessi cambiamenti. Allora serve una radicale inversione di marcia. Il problema è che non basta avvenga in Occidente, dove per altro gli Americani fanno la parte di coloro “che se ne fregano”, perché non accettano di ridurre i propri privilegi.

Mancanza di acqua, suoli impoveriti e sempre più sterili, perdita della biodiversità, fenomeni atmosferici incontrollati non sono certo cose che favoriscono l’agricoltura. L’errore di fondo è che le vertenze sono mal poste, anche da parte degli stessi agricoltori, che parlano solo di utili e vantaggi economici e ai quali i politici rispondono, quando va bene, con promesse vaghe e proposte a breve termine. Serve un cambiamento drastico e di grande prospettiva. Anche se non saranno tutti gli agricoltori del mondo a farlo, l’importante è iniziare.

Campo di fiori – Imagen de Kohji Asakawa en Pixabay

Le aziende che attuano un’economia circolare già creano le basi della trasformazione del sistema

Io plaudo a quelle aziende agricole che adottano l’economia circolare, dove tutto ciò che serve a produrre viene dalle attività dell’azienda e dove tutto si ricicla riducendo ai mini mi termini lo spreco.  Un’azienda agricola che può fa conto su una fonte di energia propria, prodotta con i gas delle deiezioni animali o con i pannelli fotovoltaici montati sui tetti delle stalle o a due metri dal suolo, a protezione di colture a rischio di grandine e di piogge, sono aziende che stanno investendo sul futuro e che non peseranno sul cambiamento climatico. Intanto cominciamo. Altri seguiranno. Gli Stati più lungimiranti dovranno incentivare queste iniziative dal basso, non ostacolarle e se non le aiuterà a sufficienza l’Europa si faranno battaglie e alle elezioni prossime si cambieranno le forze nel Parlamento. Non sono gli agricoltori che possono aspettare. Ma questo è solo un aspetto della questione.

Broker Imagen de Bruno en Pixabay

I prezzi li decidono le multinazionali. Bisognerà creare mercati alternativi. Circuiti commerciali legati a qualità e salubrità dei prodotti

Il vero grave problema è che gli agricoltori oggi lavorano in perdita. Produrre un bene a volte costa più di quanto riesci a venderlo, mentre su quel bene sono altri a guadagnare, altri che stanno comodamente seduti nei palazzi delle Borse.  Una volta erano i contadini che dicevano a quanto vendere il grano, la frutta. Ora sono i compratori a dire loro a quanto comprano. Capite? Una follia. Sono le multinazionali della distribuzione alimentare che fissano i prezzi, sempre più in basso, costringendo gli agricoltori a chiudere, a cambiare coltura e rivolgendosi ai mercati dove si possono praticare i prezzi più bassi anche se con una qualità di prodotto più scadente. Bisogna rivoltare la realtà. Gli agricoltori possono dare vita a momenti aggregativi di distribuzione dei prodotti migliori e più sani anche se a costi maggiori, ma tagliando via la intermediazione già i prezzi si abbasseranno. I consumatori devono allearsi con i produttori, conviene a tutti. Esempi già ce ne sono, da parte delle organizzazioni di contadini, vanno estesi

All’agricoltore va in tasca sempre meno ma ci perdiamo anche noi perché poi le sue perdite le rifonde l’Unione

S’è stabilito che nel 1910 la percentuale del prezzo di un bene agricolo che andava nella tasca del suo produttore era del 40%. Lo dice la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Nel 1997 questa percentuale era del 7%. Adesso è scesa ancora. Si può andare avanti così? Non basta aumentare la parte di reddito degli agricoltori è proprio che non può funzionare un sistema così. Attenzione però che non ci perde solo il contadino, ci perdiamo tutti, perché poi all’agricoltore vanno i fondi europei per mantenerlo in vita e coprire le perdite e quei soldi sono dei contribuenti europei. In pratica noi paghiamo perché altri, non i contadini, guadagnino sul lavoro di sta nei campi.

Ogni categoria da sé ha poco peso politico e viene strumentalizzata nella protesta

Il peso degli agricoltori in Europa è minimo. Su 400 milioni di elettori gli agricoltori rappresentano a mala pena poco più del 20%. Hanno lasciato, come sempre, l’estrema destra a cavalcare la protesta e molti agricoltori sono stati ingenui a lasciarli fare. Non hanno bisogno dei politici né di destra né di sinistra, ma dei consumatori. La catena da formare è con chi compra e non chi vuole i voti. La determinazione dei prezzi agricoli avviene nelle grandi Borse merci di Chicago, Parigi, Londra e Mumbai. In questi centri agiscono i finanzieri globali che gestiscono i fondi d’investimento. Nel caso del Chicago Mercantile Exchange, i pacchetti più rilevanti sono in mano a VanguardBlackRockJP. MorganState Street Corporation e Capital International Investitors.

Siamo noi cittadini che, aiutando le imprese che si ribellano al sistema economico e finanziario, potremmo innescare il cambiamento

La stragrande maggioranza degli operatori non è costituita da produttori e compratori reali, ma da questi grandi fondi finanziari e da fondi specializzati nel settore agricolo che, senza aver alcun contratto di compravendita dei beni, scommettono sull’andamento dei prezzi. E sono proprio soprattutto le scommesse sul futuro a determinare i prezzi reali.  Insomma è la speculazione che determina l’andamento dei consumi. Un sistema folle inventato dal Capitalismo malato che ci governa. Per cambiare le cose non basterà il voto ma innescare esempi di produzione distribuzione alternativi che coinvolgano i consumatori.

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