Molti prodotti made in Italy di fatto risultano non esserlo. Mentre l’innovazione è il vero made in Italy. È quell’idea l’unica cosa che nessuno ci può copiare. Eliminare questa ipocrisia darebbe impulso a un mercato del saper fare italiano ovunque nel mondo con vantaggi per tutta l’economia nazionale.
Se un emigrante italiano si mette in testa di produrre mozzarella di bufala campana importando cagliata congelata dalle zone della Dop della mozzarella, allestirà un laboratorio con macchinari proveniente dall’Italia, seguiti da personale tecnico italiano, seguendo le procedure del capitolato. Ho detto se ma di fatto c’è chi già lo fa. Il prodotto è del tutto identico a quello originale solo che non potrà mai chiamarsi Mozzarella di Bufala Campana Dop, ma chi se ne importa? Al consumatore andrà benissimo, perché avrà quel prodotto prima introvabile o costoso a un prezzo accessibile. Sarà concorrenziale perché privo di dazi e sovrapprezzi dovuti al trasferimento via aereo. L’Italia commercializzerà tecnologie, materiali, personale e prodotto fresco congelato, dove prima non lo faceva e doveva assistere all’occupazione del mercato da parte delle imitazioni dei concorrenti stranieri o di altri formaggi. La stessa cosa si può ripetere per molte altre eccellenze alimentari ma anche per altri settori che non riescono a contrastare l’imitazione dei nostri brand.
Le ipocrisie del made in Italy non servono più. Ci vuole più trasparenza e puntare su ciò che non è imitabile
Su liberioltreleillusioni.it, Francesco Lucà, studente laureando in Scienze e Tecnologie Alimentari con una passione per la nutrizione, agronomia ed economia spara a zero sulle ipocrisie che ancora si nascondono dietro il brand del made in Italy. Per molti aspetti concordiamo con lui. Molti prodotti famosi nel mondo come italiani, in realtà non lo sono per niente, sia nei processi produttivi che nelle loro origini. Ma lo è sempre l’innovazione, la creatività, il saper fare. Se si desse sostegno alla creatività e alla possibilità di produrre italiano ovunque nel mondo, favorendo chi sa come fare, questo incentiverebbe un maggior scambio commerciale con l’Italia da parte di tanti Paesi.
Il pomodoro di Pachino è in realtà israeliano, è nato nel 1989 e se lo vuoi riprodurre devi comprare i semi dagli israeliani
Lucà cita il pomodoro Pachino Igp che proviene dal sud della Sicilia mentre in realtà è nato in Israele nel 1989, da aziende specializzate nelle ricerche genetiche in campo agricolo. Questo pomodorino, dalla forma piccola tondeggiante, simile auna ciliegia, è di fatto un MAS, ovvero marker assisted selection. Non è modificato geneticamente come un OGM ma al contrario, è frutto di incroci e ibridazioni per arrivare a specifiche caratteristiche fisiche, di gusto, resistenza o capacità di crescita. I semi del “Pachino” non vengono dal pomodoro stesso, come saremmo abituati da madre natura, ma solo dai frutti coltivati. Quindi se vuoi riprodurre in serra i pomodorini di Pachino devi acquistare nuovi semi presso la fabbrica israeliana. Questo assicura che i pomodori mantengano le loro qualità distintive tutto l’anno e anche i proventi a chi li ha brevettati.
Il Parmesan del Wisconsin può anche essere migliore come qualità di quello italiano
Anche sul Parmigiano Reggiano Francesco Lucà ci va giù duro. Nel 1938 fu costituito il Consorzio che protegge la qualità di questa autentica delizia della creatività italiana, vanto della nostra gastronomia e componente fondamentale della nostra cucina per quasi ogni pietanza a base di pasta. Però non si sono fatti i conti con la necessità di molti agricoltori italiani che sono dovuti emigrare all’inizio del XX secolo. Negli anni ’30 sono nati nel Wisconsin, stato americano votato all’agricoltura che confina con l’industriale Illinois e che è il massimo produttore di formaggio negli Stati Uniti. Vi potete trovare tanto le aziende fondate da immigrati italiani come quelle di svizzeri, olandesi, tedeschi, irlandesi, spagnoli, greci e inglesi. Ciascuna comunità o famiglia produce i propri formaggi di appartenenza. Come non si scorda mai la mamma, neanche il cibo e il suo sapore si dimentica e gli Italiani in America hanno pensato bene di fare i formaggi che sanno fare. Non solo Parmesan ma anche Taleggio, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Ricotta, Stracchino, Fior di Latte e perfino Pecorino Romano e Caciocavallo. Li trovate nei supermercati con marchi differenti, accanto ai prodotti italiani ma con prezzi minori. In altra parte del quotidiano trovate il caso di un bresciano che fa il Bagoss di Bagolino ai Caraibi.

Quando il prodotto che imita quello italiano costa meno ed è comunque sano e buono, contrastarlo risulta inutile più che complicato
Da qui è nato il Parmesan. Però con macchinari, mastri casari, tecniche e tradizioni tutte originali italiane. Solo il latte non proviene dalla super inquinata pianura padana ma dalle vacche delle stalle americane e, secondo me, corre minori rischi di contaminazione di quello italiano. “Quindi, il parmigiano e il Parmesan sono uguali a livello della preparazione– sostiene Lucà– cambiano solo le materie prime. Un’efficace politica di marketing, che esaltava la natura, la tradizione, i valori nutrizionali e il gusto, resero in poco tempo il Parmigiano e il Grana i due prodotti tipici italiani di maggiore successo nel mondo.” Ma cambiano i costi e i prezzi. E comprare un prodotto italiano simile all’originale ma ben confezionato a un prezzo minore è un ottimo incentivo per il cliente americano, che non si esalta con l’acquisto dell’originale, se poi la differenza non è da lui così facilmente apprezzabile.
Le differenze del gusto spesso le avvertono solo gli esperti, neanche tutti gli Italiani, figuriamoci gli stranieri
Non posso e non voglio sostenere qui che il Parmigiano Reggiano o il Grana Padano siano uguali al Parmesan, ma vi posso giurare che per un uso di grattugia sulla pasta, l’americano medio questa differenza non la coglie e se glielo dici ti guarda pure strano. Tutto quello che l’Italia può fare e chiedere che sull’etichetta si chiarisca cosa è prodotto in Italia e cosa è prodotto negli Usa e non si utilizzi lo strattagemma di pubblicare in etichetta il tricolore per confondere chi compra. Trasparenza, questo si che è doveroso. Ma non riuscirai mai a bloccarli. Il governo americano, come qualsiasi altro, non avrebbe nessun interesse a ostacolare chi produce internamente e paga le tasse nel paese, rispetto a un prodotto importato.
L’olio d’oliva nasce in Medio Oriente e noi non ne produciamo a sufficienza per il nostro fabbisogno, da qui molta importazione di oli scadenti
L’olio extravergine di oliva è un prodotto sicuramente di eccellenza del made in Italy. Ce ne sono tanti in Italia di piccoli produttori. Troppo divisi tra loro per fare squadra ed avere i volumi necessari a interessare una forte esportazione. Tuttavia l’olio nasce in Palestina o in Medio Oriente e il maggior produttore è la Spagna. I Romani già lo conoscevano e lo consumavano come i Greci. Ma l’olio prodotto in Italia è una percentuale limitata rispetto alle aziende del Mediterraneo. Di più, siamo talmente grandi consumatori che la nostra produzione non è sufficiente a soddisfare la domanda interna. In tutto questo considerate che c’è pure una bella fetta di mercato di olio che se ne va all’estero e non sempre quello di migliore qualità. Sempre per la questione del prezzo e dei volumi necessari ad avviare un commercio.
L’olio extravergine di oliva vive il problema opposto, gli spagnoli acquistano i nostri marchi per vendere meglio i loro prodotti
Oggi destreggiarsi tra oli extravergine di oliva di alto livello e altri blend composti con oli di varia provenienza è complicato. Una regola è il prezzo. Un olio buono non può costare meno di 12 € al litro. Se consideriamo i costi per la raccolta, la frangitura entro 24 ore e poi la bottiglia e il tappo e l’etichettatura e il trasporto, come potrebbe costare meno? Su questo prodotto ci saranno sempre raggiri. Nei termini usati in etichetta, per mescolarlo con quello che arriva da paesi che ne produco di qualità scadente. Per le truffe apportate al taglio con oli di minor qualità, per l’aggiunta di clorofilla necessaria per colorare oli scadenti. In questo caso il prodotto non rischia imitazioni straniere, sono invece gli stranieri, segnatamente gli spagnoli, che comprano i brand italiani per vendere un olio frutto di mescole “mediterranee” ma con il nome italiano.
La pasta di grano italiano non sempre viene da grani della migliore qualità
Oggi si fa un gran parlare della riscoperta dei grani antichi italiani. Che comunque provenivano sempre dal Nord Africa e dal Medio Oriente, sia chiaro. Vennero messi da parte perché si voleva trasformare l’agricoltura in industria e produrre di più con altre qualità, uscite dal laboratorio e che necessitavano di diserbanti e antiparassitari per crescere. La chimica ha poi esaurito la capacità dei terreni agricoli di rigenerarsi e oggi abbondano le intolleranze e le allergie alimentari. Ma a parte una minoranza di lodevoli agricoltori, mugnai e pastai che adottano una filiera di grani cosiddetti “antichi”, la maggior parte dei grani usati per la produzione della pasta italiana vengono da Canada, Francia e Ungheria. “Quindi attualmente, conclude Lucà, il grano duro utilizzato per la pasta è frutto della manipolazione genetica e deriva da un grano africano. Nel corso degli ultimi 30 anni, i pastifici italiani hanno guadagnato fama internazionale per la qualità dei loro prodotti, basata proprio su questi grani.”
L’innovazione è il vero Made in Italy, il saper fare e la conoscenza sono i valori inimitabili che vanno difesi
Il marketing ha costruito e inventato il made in Italy. Finalmente in una cosa siamo riusciti a essere talmente bravi da superare altri paesi europei. Spesso e volentieri ci hanno creato dei problemi i francesi, sul vino, e gli spagnoli sull’olio. Lucà sostiene che la tradizione, frutto pur sempre di una invenzione, e il territorio non sono importanti per identificare un prodotto quanto lo sia il consumo, cioè la domanda. Il consumatore ricercando quel prodotto lo rende identificabile. Non sono d’accordo.
Territorio e tradizione (anche quella corta dal dopoguerra) sono identificativi eccome di un vino, di un prodotto agricolo, di una pietanza. Il consumatore non fa che ratificare e sostenere, lodevolmente, quel prodotto, acquistandolo. È quello che Beppe Bigazzi vedeva come un’alleanza virtuosa tra agricoltore, oste e consumatore, per il mantenimento di certi prodotti, produzioni e pietanze, che lui voleva proteggere con l’Associazione degli Osti Custodi che purtroppo non ha fatto in tempo a far crescere come avrebbe voluto.
Il territorio e la tradizione (seppur recente) sono sempre identificativi del prodotto
Cos’è che rende tipico un prodotto? Il suo essere stabile nel tempo? Avere la stessa dimensione e caratteristica organolettica standard? Allora come dovremmo giudicare quei vini che cambiano leggermente in base all’annata più o meno secca o piovosa? La variabilità del prodotto, nell’ambito di una sua caratteristica riconoscibile, è un valore artigianale da preservare. Un vino è come un individuo. Sarà un Merlot ma ad ogni annata si sente la nota diversa. Perché è vivo. Per questo l’annata conta. È l’industria che cerca prodotti standard. La Nutella venne mesa sul mercato nel 1964. Da allora è cambiata pochissimo. Ogni barattolo deve uscire uguale agli altri. Qui l’annata non conta nulla.
La vera gianduia piemontese si fa con il cacao e le nocciole piemontesi
Nasce dall’idea della crema tipo gianduia che si fa ancora artigianalmente con la nocciola tonda gentile (piemontese) e con il cacao (importato). La caratteristica distintiva del cioccolato gianduia è l’aggiunta della pasta di nocciole al cacao. La ricetta tradizionale prevede una miscela di cioccolato fondente, zucchero a velo e nocciole tostate tritate finemente. Questa combinazione crea una pasta densa e cremosa, che viene poi lavorata e trasformata in diverse forme, come tavolette, creme spalmabili o praline. Mentre la Nutella si fa con il 50% di zucchero raffinato, un vero problema per la salute di chi la consuma, olio di palma perché costa meno, nocciole turche importate (13%), latte scremato in polvere (8,7%) e quasi niente cacao magro (solo il 7%), per quello che si rileva dall’etichetta e non dubito sia così, poi emulsionanti, lecitina di soia, vanillina (che è essenza di vaniglia, un aromatizzante sintetico composto chimicamente e comunque tossico). Mi domando che genitori sono quelli che danno ai propri figli questi prodotti? Le bibite gasate dolci, le merendine, poi li portano a mangiare junk food e poi si lamentano se sono obesi.
Il marketing è quello che ha inventato il made in Italy
Però il marketing la propone come una crema di cioccolata da spalmare e milioni nel mondo ne vanno ghiotti. Brava industria. Ma il made in Italy dov’è se non nell’idea, nella fantastica capacità creativa di inventare un prodotto che possa piacere a tanti? Nutella è imitatissima ma giustamente se ne può fregare. Resta leader del suo settore. Solo che si trascina dietro prodotti similari, non meno buoni, ma con brand differenti e costi più accessibili. “Quindi – sostiene Lucà – il mito gastronomico dell’Italia deve molto all’industria alimentare soprattutto negli anni del boom economico, quando il Paese voleva proiettare all’esterno un’immagine di modernità e capacità di innovazione, cosa che riuscì a trasmettere l’industria agroalimentare. Ora l’industria cerca di costruire un’immagine fittizia di tradizione e artigianalità.
L’industria ha creato il mito del made in Italy fingendosi artigianato
Alcuni esempi: i gelati Motta e la Coppa del Nonno. Erano due gelati che identificavano il mito del gelato italiano grazie al loro packaging così originale che fu impossibile imitarli. Il successo delle gelaterie artigianali deve tutto all’espansione del gelato industriale degli anni ’60. Prima il gelato si consumava solo d’estate. Poi è stato sdoganato in qualsiasi mese dell’anno. Delle gelaterie che chiamiamo artigianali, ce ne sarà un 10% vere e il restante 90% sono solo fintamente artigianali. Comprano semilavorati forniti dall’industria e i grassi transgenici abbondano dalle vetrine, nelle montagne di gelato indurito. Il vero artigianale non resisterebbe mai così. L’industria dei Baci Perugina ha avuto un successo enorme nel mondo e grazie a loro che Perugia è diventata la patria del cioccolato italiano. Ma che c’entra Perugia col cioccolato altrimenti? Le fiere che si fanno nel capoluogo umbro sul cioccolato non sono state create dall’artigianato ma dall’industria del Bacio e dai messaggini d’amore. Grande idea di marketing.

Gelato italiano finto artigianale (pixabay)
È curioso notare come l’industria attuale cerchi spesso di costruire un’immagine fittizia di tradizione e artigianalità, conclude Lucà: “portando a gastronazionalismo, condito da false informazioni che pompano agli occhi degli ignari, il ruolo del nostro settore agroalimentare in italia e nel mondo. Mentre il tessuto produttivo italiano è, dominato da piccole e medie imprese, che hanno difficoltà significative nell’ abbracciare l’innovazione in modo più ampio.”



