Quando Giovanni Rana sale sul palco della serata organizzata dalla Fondazione Bellisario, quella che si racconta non è solo la storia di un imprenditore di successo. È il ritratto di un pezzo importante del made in Italy agroalimentare, nato in un forno di paese e arrivato sui banchi frigo in Italia e all’estero. A 88 anni, il re dei tortellini parla poco in pubblico, ma quando lo fa sceglie contesti in cui sente affinità umana e professionale. Davanti a una platea di imprenditrici e professioniste venete, ricostruisce le radici di un marchio diventato sinonimo di pasta fresca pronta, rimanendo fedele a valori che considera non negoziabili: lavoro, curiosità, rispetto per le persone, ricerca della felicità.
Giovanni Rana, re dei tortellini e ambasciatore del made in Italy
Sin dalle prime parole, Giovanni Rana ribalta l’immagine dell’imprenditore distaccato. Si definisce “fortunato”, ricorda la maestra che avvisava la madre della sua irrequietezza, ammette con autoironia che, con quel carattere, forse in altri mestieri avrebbe fatto danni. La panetteria di famiglia, a San Giovanni Lupatoto, diventa la sua scuola permanente. Mentre porta il pane nei negozi, osserva che sugli scaffali iniziano a comparire i tortellini freschi. Non si limita a notarli: chiede prezzi, quantità, tempi di vendita. Lo chiama “marketing casereccio”, ma in realtà è già la mentalità dell’imprenditore che vuole capire bisogni reali delle famiglie.
Da un dettaglio nasce l’idea: le giovani spose degli anni Sessanta non hanno più il tempo per preparare tortellini a mano. Lui decide di farli per loro, mantenendo gusto e consistenza della tradizione domestica. Questa intuizione trasforma una pasta ripiena tipica delle tavole familiari in un prodotto che porta il nome di un uomo e, insieme, quello dell’Italia intera. Il marchio Giovanni Rana diventa una delle bandiere del made in Italy alimentare, riconosciuto per la capacità di unire artigianalità e produzione organizzata su vasta scala.
Dal laboratorio artigianale al modello industriale italiano
Il racconto di Rana torna alle origini del suo percorso imprenditoriale: la stalla di proprietà del suocero, venti metri per venti, trasformata in laboratorio di pasta fresca. Niente canone, solo lavori da fare. Con un amico sistema muri e impianti, imbianca, organizza la piccola filiera produttiva. Una signora, che vivrà fino alla soglia dei cento anni, gli trasmette la ricetta. Lui prepara la sfoglia, la fidanzata segue il ripieno. In questo intreccio di rapporti umani, saperi femminili e manualità maschile nasce un progetto che incarna bene lo spirito del made in Italy: partire da un mestiere antico e farlo evolvere senza snaturarlo.
Rana descrive l’Italia di quegli anni come un prato verde in cui chi aveva energia e idee poteva mettersi alla prova. Il marchio cresce facendo leva su qualità, fiducia, coerenza. Il laboratorio artigianale diventa azienda strutturata, la presenza si amplia sul territorio nazionale, fino ad arrivare oltre i confini. Quando parla dell’America, Rana distingue il proprio ruolo da quello del figlio Gian Luca, ceo da trent’anni: lui l’ha sognata, il figlio l’ha pensata, voluta, conquistata. Rimane colpito soprattutto dalla logistica statunitense e dal fatto che anche quei mercati abbiano riconosciuto il valore del fresco, elemento distintivo dell’offerta dell’azienda. È un passaggio che racconta bene come un prodotto nato in un contesto locale possa diventare modello industriale capace di dialogare con i player globali.
Televisione, pubblicità e un brand che racconta l’Italia
Una parte importante del successo di Giovanni Rana come simbolo del made in Italy passa dalla comunicazione. Lo sottolinea lui stesso, ricordando i consigli di Mike Bongiorno: non recitare, non trasformarsi in attore, restare se stesso. È la linea seguita negli spot televisivi che, a partire dagli anni Ottanta, portano il suo volto nelle case italiane. Il tono è familiare, il linguaggio semplice, il grembiule di lavoro diventa quasi una divisa nazionale.
Con il pubblicitario Gavino Sanna nascono campagne che lo affiancano a icone del cinema internazionale, come Marilyn Monroe e Rita Hayworth, grazie alle tecnologie digitali. La miscela di ironia, semplicità e cura dell’immagine rende il marchio immediatamente riconoscibile. Rana racconta che, a un certo punto, a conoscerlo è praticamente tutto il Paese. In questo percorso di costruzione del brand si riflette un tratto tipico del made in Italy: la capacità di raccontare un prodotto non solo per le sue caratteristiche materiali, ma per il mondo di valori che porta con sé. Anche gli incroci mancati con il cinema rafforzano questa immagine. Franco Zeffirelli lo vorrebbe nel ruolo di Papa in un film su San Francesco, progetto che sfuma per la malattia del regista. A una proposta di cinepanettone, invece, Rana dice no, per non snaturare un profilo pubblico costruito intorno a serietà e autenticità.
Persone, donne, fede: il capitale umano secondo Giovanni Rana
Per un osservatore esterno, il patrimonio dell’azienda Rana potrebbe essere riassunto in impianti produttivi, marchio, distribuzione. Ascoltando il fondatore, si capisce che il vero capitale è fatto di persone. Nel suo intervento a Padova, l’imprenditore insiste sul valore dei legami umani. Dice di non essersi mai sentito solo, neppure nei momenti più delicati della crescita aziendale. Racconta come, nelle città in cui si reca, si senta chiamare per nome da sconosciuti che lo percepiscono come figura di famiglia.
Un capitolo importante del suo intervento è dedicato alle donne. Rana riconosce che hanno avuto un ruolo decisivo nella sua vita privata e nella storia dell’azienda. Parla di un “udito speciale, quello del cuore”, capace di cogliere sfumature che spesso sfuggono agli uomini. Ricorda quando chiedeva alla segretaria di ascoltare i colloqui dietro la porta per avere poi un giudizio spontaneo sui candidati. Fino alla frase che strappa sorrisi e applausi: se avesse la possibilità di rinascere, vorrebbe il cervello di una donna per mezz’ora al giorno, convinto che le donne abbiano una marcia in più.
Accanto al tema delle persone c’è quello della fede. Rana racconta di essersi formato in oratorio, di aver fatto il chierichetto, di avere per un periodo immaginato il sacerdozio come via possibile. Poi la vita lo porta verso l’impresa, ma la fede rimane, come compagna discreta che lo sostiene nel lavoro e nei momenti di difficoltà.
Giovani, responsabilità e felicità: una visione di impresa tutta italiana
Nella conversazione con Gianni Canella, seconda generazione dei supermercati Alì, il discorso si sposta sui giovani e sul senso di responsabilità. Canella insiste sull’esigenza di formazione e su un contesto capace di ridare una sorta di “famiglia” alle nuove generazioni cresciute con i social. Rana concorda, sottolinea che oggi i ragazzi hanno molti strumenti a disposizione, ma che vanno guidati, ascoltati, accompagnati. Invita chi fa impresa a insegnare con l’esempio, a non perdere pazienza di fronte agli errori, a dare fiducia.
Poi arriva il nucleo del suo messaggio: “La parola più bella del mondo è felicità”. Non pronuncia discorsi astratti sul successo, parla di vita. Le disgrazie, dice, arrivano da sole, senza invito; la felicità, invece, va cercata. Non ha costo e ha un valore enorme. In queste parole si riconosce una visione di impresa tipicamente italiana, che non separa mai risultati economici e qualità dell’esistenza. Il percorso di un orfano di padre, ultimo di sei figli, diventa così un esempio di mobilità sociale basata sul lavoro, sul rispetto, sull’attenzione alle persone.
Il lascito del re dei tortellini al made in Italy: volersi bene e continuare a innovare
In chiusura di serata, Giovanni Rana saluta con un sorriso e un mezzo inchino, appoggiandosi al bastone. Lascia alla platea una frase che sembra sintetizzare il suo testamento umano e imprenditoriale: “Vorrei lasciare solo questo: volersi bene. Il resto passa”.
Per chi si occupa di made in Italy, questa storia ha un significato che va oltre il singolo marchio. Racconta come un prodotto nato in una stalla possa diventare ambasciatore dell’Italia nel mondo senza perdere le proprie radici. Mostra che innovazione e tradizione possono convivere se c’è attenzione alle persone, rispetto per i clienti, cura del capitale umano. Indica ai giovani che sognano di fare impresa una direzione precisa: partire da ciò che si sa fare, ascoltare chi sta accanto, restare curiosi, considerare felicità e qualità delle relazioni come parametri importanti quanto il fatturato.
In questo senso, il re dei tortellini non è solo un protagonista dell’industria alimentare. È uno dei volti attraverso cui il made in Italy continua a raccontarsi al mondo: un uomo che ha trasformato un piatto di pasta ripiena in simbolo di un Paese capace di unire lavoro, bellezza, ingegno e umanità.



