Mer, 22 Aprile 2026

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Urso vs Stellantis: quell’auto non si deve chiamare così

Un’auto chiamata Milano non si può produrre in Polonia!  Con questo diktat il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha imposto a Stellantis, di cambiare il nome alla nuova Alfa Romeo. L’Italia sta perdendo aziende e non attrae capitali. Fare la voce grossa non serve, ci vogliono progetti, proposte, nuove strategie. Dove sono?

L’auto della casa Stellantis, la nuova Alfa Romeo Milano ha scatenato una tempesta politica. Il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, ha detto chiaramente che “in Polonia non si può produrre un’auto che si chiama Milano“. Lo ha affermato nel corso dell’inaugurazione della casa del Made in Italy a Torino. Secondo il Ministro “lo vieta la legge italiana che nel 2003 ha definito l’Italian Sounding”, ovvero le imitazioni dei prodotti originali italiani.

Quella legge, ha spiegato Urso, “prevede che non bisogna dare indicazioni che inducano in errore il consumatore e indicazioni fallaci legate in maniera esplicita alle indicazioni geografiche”. Ragione per cui, secondo il ministro, “un’auto chiamata Milano si deve produrre in Italia, altrimenti si dà un’indicazione errata che non è consentita dalla legge italiana”.

La Milano non è il primo caso di auto con nome riferito all’Italia

Prontamente l’azienda ha cambiato da Milano in Junior il nome oggetto della diatriba. Chissà forse era una seconda opzione e l’avevano nel cassetto, visto il tempismo. Ma che succede per tutte le altre auto che hanno nomi italiani o ricordano qualcosa di italiano?

Ci sono molti modelli attualmente in commercio battezzati con i nomi di città italiane. Alcuni sono prodotti in Italia, altri invece hanno passaporto straniero. Con buona pace del ministro.

La Alfa Romeo Stelvio, ricorda passo alpino tra i più famosi, che ha dato il nome al primo SUV Alfa, prodotto nello stabilimento di Cassino. In quanto tale il ministro le avrà dato il consenso.

Anche l’Alfa Romeo Tonale si riferisce a un passo alpino. È il primo modello elettrificato del Biscione, le cui linee di produzione si trovano nella fabbrica di Pomigliano d’Arco. Urso può essere contento.

Si ispira alla Dolce Vita la Ferrari Roma, una GT con motore V8 prodotta a Maranello. Ci sarebbero poi la Ferrari Italia, la Modena, la Portofino e la Monza e lanche la Ferrari Fiorano, uscite un po’ di anni fa. Monza è stato un nome usato spesso anche da Opel, in passato, oggi facente parte anch’essa del guppo Stellantis. Agli albori della storia dell’auto italiana le Lancia Aprilia e Ardea si riferivano pure a luoghi italici, ma allora il problema non si poneva e poi si fabbricavano qui.

Le colpevoli con passaporto estero

Un caso simile a quello della Milano è la Fiat Duna. Prodotta tra il 1991 e il 1997 non nello storico stabilimento Innocenti di Lambrate (Milano) ma in Brasile. Del resto Dunaè si un termine italiano ma riferibile a dossi e colline di sabbia più proprie del deserto africano o anche delle ampie spiagge brasiliane del Nord Est. In fondo da noi di dune di sabbia ce ne sono poche, giusto qualcuna a Piscinas, vicino ad Arbus in Sardegna.

Mentre è sicuramente colpevole il SUV della KGM che si chiama Tivoli, la fabbrica è infatti in Corea del Sud.

Le manca una ”r” per chiamarsi come la cittadina campana alla Kia Sorento. È un omaggio chiaro a Napoli e al suo golfo ma l’auto si produce in Corea del sud a Hwasung. Come la mettiamo signor ministro? Ritiriamo tutte le Sorento in circolazione o facciamo pagare una multa a chi l’ha comprata?

Tra le accusabili anche la famosa Gran Torino esaltata nell’omonimo film di Clint Eastwood

La Nissan Murano proviene dalla casa giapponese e porta il nome dell’isola della Laguna di Venezia, famosa per il vetro soffiato, un altro must del Made in Italy. Che farà Urso? In fondo ci fa pubblicità al vetro soffiato.

Prodotta negli USA e famosa per essere stata l’auto di Starsky & Hutch con il proprio nome voleva rendere omaggio alla capitale italiana dell’auto, considerata la Detroit italiana. Riportata in auge dal film “Gran Torino” di Clint Eastwood, che farà Urso della Ford Torino?

Che dire poi della Ford Capri, un modello prodotto dal 1969 al 1986 fuori dai nostri confini ma potrebbe arrivare adesso un nuovo modello elettrico di questo fortunato SUV. Negli anni ’50 c’era anche una Lincoln che si chiamava Capri.

Sempre Ford, la Cortina, nome italiano fabbricante inglese. Prodotta tra il 1962 e il 1982 se venisse riproposta il Ministro si potrebbe risentire, anche se non credo che in Inghilterra se lo filerebbero di pezza.

Una compagnia straniera è soggetta alle leggi italiane, solo se produce e vende in Italia

È questo il punto. Puoi dire a un produttore straniero, è la Stellantis non è italiana, o almeno non lo è più da tempo, di non fare una cosa? Si se quell’azienda ha interessi a produrre e a vendere in Italia. La rinnovata Stelvio e la nuova Giulia, appariranno nel 2025 e nel 2026 e sembra che saranno prodotte in Italia.

In passato la proprietà della Stellantis, di cui fa parte anche la famiglia Agnelli, che ora sta assieme alla famiglia Peugeot e Bpifrance, ha percepito notevoli finanziamenti per la Fiat, poi svaniti come neve al sole. Ma se potessero fregarsene la risposta sarebbe di quelle che Totò chiamava “O’ pernacchio”. Allora perché esporsi? Perché alzare il tono della voce se sai che cadrà nel vuoto 99 volte su 100?

Il problema è molto semplice: produrre in Italia costa troppo

L’auto Alfa Romeo Junior, presentata a Milano giorni fa, si produrrà a Tychy in Polonia, dove già si producono la Fiat 600 e la Jeep Avenger. Lo stesso Carlo Tavares, Ad di Stellantis lo ha spiegato ad Autonews: “Se venisse costruita in Italia, la nuova vettura sarebbe partita da un prezzo di circa 40 mila euro anziché 30 mila, limitando il suo potenziale sul mercato”, ha detto il manager portoghese, durante la tavola rotonda milanese in occasione del lancio del nuovo modello. Considerati i minori costi produttivi, realizzare il nuovo piccolo Suv a in Polonia anziché in Italia, permetterà quindi di ridurre di 10 mila euro il prezzo di vendita dell’auto, con migliori opportunità di vendita.

Urso non ha un piano per salvare le fabbriche, va a finire che si mette coi cinesi per produrre auto in Italia

Non fa una piega. E gli aiuti passati dei Governi italiani? A chi? Non sono più Fiat, la cosa non li riguarda. Capito? Dieci anni fa il Gruppo Fiat ha spostato il quartier generale in Olanda e la sede fiscale a Londra, con il conseguente impatto sulle casse italiane. D’altro canto si parla di tagli consistenti alla produzione nelle fabbriche italiane, che comporteranno tagli al personale.

Da tempo in Italia non vedono di buon occhio l’intero management di Stellantis. Urso vorrebbe tanto trattenerli: “stiamo facendo tutto il possibile affinché Stellantis possa produrre un milione di auto qui. O le fa il gruppo Stellantis o le fa un altro produttore. Siamo in un mercato libero e ci sono produttori che vogliono aprire negozi in Europa .”

Si tratta di una vera e propria dichiarazione di guerra che fa presagire un congruo sostegno a qualche produttore cinese. Urso è convinto che l’Italia dovrebbe produrre 1,4 milioni di auto. Guarda caso in Italia c’è già un piccolo marchio che ha una forte componente cinese. Si tratta della società del molisano Massimo Di Risio che dal 2006 con la Katay importa veicoli della Gonow dalla Cina. Nel 2007 ha fondato la DR e ha messo sul mercato la DR5, versione della cinese Chery Tiggo. Poi, proprio loro, al Governo, dicevano che non bisognava buttarsi coi cinesi e rimproverarono a Conte l’accordo della “via della seta”, ricordate?

Occorrono strategie innovative per rilanciare l’economia italiana

Questo è il punto. Inutile alzare la voce. O l’Europa impone a tutti i paesi dell’Unione la stessa fiscalità e gli stessi oneri, impedendo di farsi concorrenza l’un con l’altro, oppure dev’essere l’Italia ad attirare capitali con facilitazioni per le industrie metalmeccaniche, se non vuole vedere andar via tutte le fabbriche dal proprio territorio.  Se la cosa non si può fare allora occorre una strategia economica che dia all’Italia le possibilità di rientrare nelle produzioni di componenti elettroniche, di parti del motore, della parte elettrica, della carrozzeria dell’auto, oppure abbandonare del tutto un settore che nemmeno ha tanta vita davanti a sé e pensare a come sostituirlo con qualcosa che sia difficilmente imitabile e con un futuro produttivo certo. Ma i diktat non servono, fanno la fine che gli faceva fare Totò!

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