In una scuola di Treviso gli insegnanti esentano due 14enni musulmani dallo studio della Commedia, perché Dante collocò Maometto all’Inferno. Spiace che ci siano insegnanti con una tale ottusità mentale. Tanto più che uno studioso spagnolo, nel secolo scorso, dimostrò l’influenza islamica sull’opera stessa dell’Alighieri.
Dante Alighieri è una delle eccellenze italiane e, se anche non lo si può ascrivere a elemento del Made in Italy, per ragioni storico anagrafiche, visto che non era italiano ma fiorentino, è pur sempre uno dei padri della lingua italiana. Lo studio delle sue opere è un passaggio imprescindibile per chiunque voglia acquisire una conoscenza della nostra cultura ma, direi, non solo. Tant’è che Dante è da sempre studiato e conosciuto anche da studiosi letterari di altri Paesi.
La Commedia va giustamente collocata nella sua epoca e compresa per quel che voleva essere allora
Fa sensazione quindi la decisione presa da una scuola italiana di esentare dei bambini di religione musulmana, dallo studio della Divina Commedia, perché il sommo poeta aveva collocato Maometto e suo cugino Alì, padre della fazione sciita, nell’Inferno. “Come è stato mutilato Maometto! Davanti a me cammina Ali piangente, dal mento la faccia spaccata fino al ciuffo”, scrisse Dante.
La questione è venuta allo scoperto dopo che una scuola media di Treviso ha esentato due ragazzi musulmani, di circa 14 anni, dal frequentare le lezioni in cui si studiava La Divina Commedia. Il poema allegorico è stato scritto all’inizio del XIV secolo. Ruota attorno al viaggio di Dante Alighieri verso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, aiutato da due guide, Virgilio e Beatrice. Va collocato come opera di fantasia nella sua epoca. Sarebbe come non studiare la storia della mitologia romana perché parla di false divinità. Una stupidità.
La scuola non può censurare ma approfondire, aprire le menti
Non è giustificabile la ragione di questa esenzione, né per il fatto che questo avrebbe offeso la fede dei ragazzi, né perché privi degli studenti di una conoscenza fondamentale se vivono in Italia. Sono atteggiamenti da cultura intollerante e xenofoba, che la scuola, lo studio, non possono condividere, sono proprio antitetici al senso stesso della conoscenza.
Una cosa è la propria fede e un’altra cosa è lo studio dei classici. I ragazzi sono esseri umani dotati di raziocinio e possono comprendere, come succede a chiunque, che un testo medievale, nato nella cultura intrisa di elementi religiosi cristiani, possa contenere visioni restrittive sul mondo islamico. Come del resto succede dall’altra parte verso il cristianesimo. Pe fortuna la politica, sia di destra che di sinistra, questa volta ha unanimemente disapprovato questa assurda decisione. L’esenzione è stata criticata dai parlamentari di tutto il quadro politico.
Bisogna distinguere tra la propria fede religiosa e lo studio dei classici
Nessuno si deve turbare se Dante parla in maniera critica di Maometto. Lo fa con molti personaggi della sua epoca e delle epoche passate. Quando si studia un testo non si chiede che venga accettato per buono tutto ciò che sostiene. Si studia per conoscere un’opera, un’epoca, un pensiero, non per aderire a un movimento ideale, a posizioni che appartengono a secoli addietro. La fede è un’altra cosa.
Dante è uno dei padri dell’umanesimo, dell’Italia, dell’Europa. Decidere di non insegnarlo in nome di una falsa concezione della tolleranza crea problemi di integrazione nella società. Questa non è tolleranza, né integrazione, ripeto, è stupidità. Invece di celebrare la pluralità si cancella l’identità culturale di un Paese. Si dovrebbe insegnare Dante come altri poeti del mondo asiatico e bisognerebbe insegnare non la Religione ma la Storia delle Religioni in quanto storia dell’umanità. Far crescere la conoscenza delle altrui culture è la base di una pacificazione tra i popoli e di una migliore comprensione tra esseri umani.
Anche Mario Conte, sindaco di Treviso, ha criticato la decisione della scuola. “Preferirei che riducessero i ragazzi che guardano TikTok e i social media piuttosto che Dante. Meno cellulari, più Divina Commedia”.
Uno studioso spagnolo il secolo scorso mostrò le analogie tra il viaggio allegorico di Maometto e quello di Dante
In questo contesto può sembrare assurdo ma non lo è il fatto che uno studioso spagnolo nel 1919, Miguel Asín Palacios, pubblicò un libro La escatologia musulmana en la Divina Comedia, nel quale sosteneva che vi sono sorprendenti somiglianze tra l’ascesa allegorica di Dante dall’Inferno al Paradiso e la tradizione islamica. In particolare nelle varie versioni del profeta Maometto, come il viaggio notturno dall’inferno e la sua ascesa al Paradiso. Una rielaborazione del libro Il viaggio Notturno nell’Aldilà di Maometto era stata scritta dal mistico andaluso Ibn Arabi. La scoperta del Libro della scala di Maometto ha portato a concludere che in realtà il poeta fiorentino si sia ispirato direttamente alle tradizioni riguardanti il viaggio del Profeta.
Le idee dello studioso spagnolo furono esplosive, soprattutto in Italia. Il libro di Asín Palacios ha suscitato un appassionato dibattito tra sostenitori della sua ricerca e difensori dell’originalità di Dante. Inoltre, a quel tempo il mondo islamico era disprezzato in Occidente, ancor più di adesso. C’era un clima di ambizione coloniale e “civilizzatrice”. Come si poteva pensare che un genio italiano come Dante, dovesse qualcosa alle tradizioni di una cultura non europea?
Le influenze islamiche sulla civiltà cristiana e viceversa sono nella logica dei fatti
È evidente che sia esistita una influenza islamica sulla civiltà occidentale. Non è un dato ancora pienamente condiviso da qualcuno ma sembra possibile che almeno vi sia sull’opera dantesca. Sono studi che mettono in luce gli intensi e prolifici rapporti tra i due mondi, soprattutto nelle regioni europee dove la dominazione araba è stata più presente: Spagna, Italia e buona parte della Francia.
Questo rende giustizia a chi vuole che vi sia più conoscenza e non chiusura mentale, più scambio e approfondimento e non una sorta di muro di incomprensione tra mondi che non sono mai stati così nettamente separati, almeno come adesso, nell’antichità.
Non ci dobbiamo stupire se i nostri due mondi siano più vicini di quanto noi stessi non lo comprendiamo
Dante Alighieri, tipico rappresentante di quell’epoca, probabilmente non è sfuggito a questa influenza. Mentre nella Divina Commedia gli studiosi hanno sottolineato le derivazioni della letteratura greco-latina, delle Sacre Scritture e della Scolastica, il rapporto tra il “divin poeta” e il popolo dei mori era rimasto irrisolto.
Il racconto dell’ascensione di Maometto, breve e semplice in origine, si espande, nel tempo, in dettagli grandiosi, terribili o grotteschi. La guida e mentore del profeta è l’arcangelo Gabriele (Jibrail), che, insieme ad altri angeli e profeti dell’Antico Testamento, tra cui Mosè, Abramo e Gesù, risponde alle domande del sommo profeta.
Alcune rappresentazioni che Dante utilizza hanno riscontro nei racconti di un mistico andaluso islamico del XIII secolo
L’Inferno di Dante ha la forma di un imbuto come quello di Maometto ed è composto da gradini circolari impilati sopra ciascuno altri, che corrispondono ai cerchi o sacchi dell’Inferno. Il Paradiso musulmano è formato dalle sfere dei pianeti e delle stelle come il Paradiso dantesco e sopra di esse c’è l’immobile Empireo dove si rivela la Maestà Divina, emanando raggi in tutto l’Universo. L’irradiazione della luce nel mondo, di cui non si trovano indicazioni nella teologia del Medioevo cristiano, è esposta e sviluppata in modo analogo nella Divina Commedia, forse ritrovata da Dante in una delle elaborazioni più sottili del racconto del Mi’rag di un famoso mistico andaluso del XIII secolo, Muhyeddin Ibn al-Arabi, che diede un’interpretazione allegorica e mistica delle credenze e delle fantasie popolari sull’aldilà.



