Sab, 18 Aprile 2026

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Delocalizzo. Così molti brand non sono più italiani o lo sono di meno. Quanto si può andare avanti cosi?

Il problema non è chi delocalizza ma chi induce a farlo, con una politica di pressione fiscale abnorme, che non trova uguale nel mondo e con una burocrazia che in pratica impedisce di investire e di far crescere la tua impresa

Negli ultimi anni, molte imprese italiane hanno deciso di delocalizzare la loro produzione o di trasferirsi all’estero per espandere il loro mercato e aumentare la loro competitività. “Delocalizzare” o “internazionalizzare l’impresa”è una operazione che suscita sempre molte critiche da parte dei sindacati e della mano d’opera che vede possibile la perdita di posti di lavoro. In effetti è così, per quanto lo si voglia nascondere, si tratta proprio di sottrarre l’azienda ai costi che deve sopportare in madre patria. Costi economici e costi produttivi, per conflittualità, burocrazia, leggi cervellotiche, impedimenti di varia natura, talvolta anche dovuti alla criminalità organizzata.

La contraddizione sta nel non agevolare le imprese pur sapendo che il libero mercato le porterà a delocalizzare

Se questa è la realtà, pur considerando che perdere attività produttive per un Paese non è mai una cosa da poco, si deve convenire che nel sistema capitalistico le imprese vanno dove i guadagni si massimizzano. Così come le masse si spostano dove c’è più benessere. Sono eventi che non si possono contrastare se non con politiche che vadano incontro alle esigenze delle persone. Il principio può non star bene, e in effetti è un principio che non mira al miglioramento della qualità della produzione e della vita della società o dell’impresa stessa, ma è fuor di dubbio che il perseguimento di un maggior profitto o di una minor spesa non lo si possa imputare all’impresa stessa che delocalizza. È nella sua natura cercare profitto. Piuttosto è lo Stato che deve realizzare le condizioni affinché questo avvenga nel suo territorio. Anche perché è fin troppo evidente che chi delocalizza va dove un altro Stato ha creato le condizioni più allettanti in proposito. Quando questo avviene nell’ambito della Unione Europea si verifica una distorsione economica. Stati della stessa Unione che si fanno concorrenza e si strappano imprese e produttività l’un con l’altro. Regimi fiscali tolleranti che sottraggono imprese a regimi fiscali pressanti. Che Unione è questa?

La logistica è determinante per lo sviluppo dell’impresa, si delocalizza anche perché si era decentrati

Quando si delocalizza si trasferiscono parti o l’intero processo produttivo di un’impresa in un altro paese. Accade quando si cercano costi più vantaggiosi, aiuti e finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali, manodopera a buon mercato, migliori situazioni logistiche per aggredire nuovi mercati. Una impresa collocata in Sicilia se la spostiamo in Moravia, nella Repubblica Ceca, si troverà di colpo al centro d’Europa. Anche se molti considerano quello stato appartenente all’Est Europeo, di fatto è Europa Centrale e validissimo per commerciare con tutti i Paesi più importanti del continente, che dalla Sicilia, ponte a parte perché non cambierebbe nulla, è in una posizione logistica che dovrebbe mirare più all’area Mediterranea che al Nord Europa. Una volta delocalizzata l’impresa è pronta ad attuare nuove strategie di ampliamento dei mercati, può creare partnership con aziende straniere, aprire filiali negli stati confinanti, partecipare a fiere ed eventi prima lontani e costosi. Insomma cambia la vita.

Gli svantaggi di chi delocalizza si possono aggirare mantenendo la vecchia attività mentre si apre la nuova

Ci possono essere anche degli svantaggi. Ma solo se si chiude l’impresa per riaprirla all’estero. I costi non sono solo quelli del trasloco di macchinari e uffici e parte del personale dirigenziale, ma soprattutto il rischio di perdere clienti. Per cui converrebbe avviare la nuova impresa mantenendo attiva la vecchia, almeno per un periodo di assestamento e poi decidere.

Tra le imprese italiane che hanno deciso di delocalizzare la loro produzione all’estero, ci sono Tod’s, Geox, Luxottica, e molte altre. Diego Della Valle, il fondatore di Tod’s, ha deciso di delocalizzare una parte della produzione in Cina per sfruttare i bassi costi di produzione e aumentare la sua presenza sul mercato asiatico, senza rinunciare per ora a quello italiano. Brunello Cucinelli mantiene la sua attività in Umbria ma ha anche espanso quella estera, aprendo negozi in tutto il mondo.

La concorrenza fra Stati è un anacronismo che può determinare problemi di rottura del patto di mutua collaborazione

Gl Stati che hanno bisogno di crescere e creare lavoro e ricchezza offrono enormi vantaggi a chi investe nel loro territorio. Agevolazioni fiscali, finanziamenti a fondo perduto, infrastrutture che aiutano la produttività, manodopera qualificata. Tutto questo facilita la delocalizzazione e anche il successo di molte imprese italiane all’estero. Questo fenomeno non riguarda solo i grandi gruppi imprenditoriali, ormai anche le imprese medio piccole sono costrette a fuggire dall’Italia se vogliono espandersi e a volte, anche solo sopravvivere.

Spesso, giustamente, i lavoratori si sentono traditi da queste scelte. Anche in considerazioni che arrivano magari dopo anni di casse integrazioni, conflittualità e finanziamenti pubblici alle aziende per cercare di mantenerle in vita. Ma l’esito è quasi sempre lo stesso. Arriva il momento che l’impresa è costretta a chiudere e chi s’è visto s’è visto.  Chi ci rimette di più sono le maestranze. Quando manifestano in piazza e rivendicano “il diritto” al lavoro, non si pongono il problema del sistema entro il quale siamo. Dove il lavoro si crea in base alle possibilità di guadagno non per finalità sociali. A quel punto l’impresa molla gli ormeggi e lo Stato non è in grado di trattenerla e neanche di sostituirla. Un disastro. Bisognava pensarci prima.

Proteste per la chiusura dell’impresa – Imagen de L. Pham en Pixabay

L’e-commerce crea possibilità di ricchezza a partire da qualsiasi localizzazione

L’avvento del ce commerce e delle piattaforme di vendita online ha aperto nuove opportunità per le piccole imprese. Ormai tu puoi stabilirti ovunque e dialogare col mondo. Mi fece impressione una volta scoprire che un pastore sardo che viveva isolato nella Barbagia, grazie all’on line riusciva a vendere i suoi formaggi in Italia e in Europa. Rapportate questo ad una medio-piccola impresa. Grazie a queste piattaforme, le imprese possono raggiungere un pubblico globale senza dover investire grandi quantità di denaro in marketing e pubblicità. Perché quindi devo restare dove pago affitti e tasse salatissime, mi impongono il “pizzo”, ho leggi e norme che mi sfiancano costringendomi ad assumere un commercialista solo per poterle contrastare, quando posso spostarmi in un Paese vicino ed avere addirittura benefici fiscali?

Le vendite aumen tano – Imagen de TheInvestorPost en Pixabay

I vantaggi della delocalizzazione per l’impresa

Con la delocalizzazione l’impresa ha diverse opportunità in più per crescere.

L’accesso a nuovi mercati determina: aumentare le vendite, diversificare il rischio, ottenere pagamenti immediati.

L’aumento della visibilità del marchio determina: raggiungere un pubblico più ampio e aumentare la forza del marchio. Costruire una reputazione globale che aumenta il valore dell’impresa.

La riduzione dei costi di produzione determina: trovare fornitori di materie prime a prezzi più bassi. Beneficiare di economie di scala, riducendo i costi unitari di produzione.

L’accesso a nuove fonti di finanziamento determina: ottenere finanziamenti da investitori esteri o da banche internazionali. Aumentare la credibilità delle imprese agli occhi dei potenziali investitori stranieri.

L’aumento della competitività determina: poter competere con successo con le imprese internazionali e aumentare la quota di mercato. L’espansione internazionale può consentire alle imprese di offrire prodotti e servizi innovativi che non sono disponibili sul mercato interno.

Paradiso fiscale – Imagen de Gerd Altmann en Pixabay

Resta un sistema malato che sta creando al suo interno le cause di un possibile disastro finanziario

C’è poi l’aspetto fiscale che spesso è quello decisivo nel prendere la decisione di delocalizzare. È fin troppo facile comparare il regime fiscale italiano con quello di altri Paesi europei, per restare in un ambito di infrastrutture a noi molto prossimo. Se poi andiamo a cercare regimi fiscali caraibici o asiatici allora entriamo in un campo in cui ormai l’alta finanza si muove da padrona ma non senza possibili scenari di crisi. Il sistema capitalistico ha creato delle distorsioni enormi per cui l’unica finalità che conta è la massimizzazione dei profitti con i minori costi e nella jungla fiscale sono stati create isole protette per le imprese in cui stabilire la propria sede fiscale, in modo da trattenere il più possibile degli introiti ricavati altrove nel mondo. Se ci si pensa è una distorsione tutta interna al sistema, dove l’impresa opera per sé stessa e senza più finalità sociali. Nascono così entità Multinazionali che diventano più forti degli Stati e riescono a imporsi anche al di sopra degli interessi collettivi, con la complicità dei dirigenti degli Stati stessi. Quanto potrà durare?

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